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sabato, 19 agosto, 2017 3:44

Image or not Image

balotelli esultaEra il 1967 quando il filosofo statunitense Richard Rorty coniò il termine linguistic turn, con il quale intendeva fare riferimento alla svolta linguistica avvenuta in quegli anni. Con quest’espressione si voleva sottolineare il fatto che tutte le questioni e i problemi della filosofia del tempo erano riconducibili al linguaggio e risolvibili tramite l’uso della linguistica. La filosofia privilegiava il discorso concettuale, il logos, svalutando così le immagini, per molto tempo infatti l’attenzione verso le immagini fu ridotta a favore del linguaggio. Ma ben presto fu chiaro che il predominio linguistico non era destinato a durare, in quanto il pensiero filosofico è “inevitabilmente metaforico”, come disse Blumenberg.

Il dibattito contemporaneo sull’immagine e sulla sua importanza è stato denominato iconic turn, termine riconducibile a Gottfried Boehm, ed è volto a destituire il primato del linguaggio sull’immagine.

La “svolta iconica” è il ritorno delle immagini, che si compie a partire dal XIX secolo, per arrivare fino ai giorni nostri, cambiando profondamente la società odierna, chiamata la “civiltà delle immagini”.

Le immagini hanno un potere smisurato nella cultura contemporanea, esse si basano sui media, necessitano di un medium che le trasformi da immagini immateriali in immagini materiali.

Assistiamo ogni giorno, in ogni dove, ad una proliferazione incontrollata di immagini che ci sommerge e che ci soffoca; esse sono costantemente attorno a noi, sbucano da ogni schermo o display, ci sovrastano da qualsiasi cartellone pubblicitario e ci conquistano sottoforma di fotografie. Le immagini accompagnano la nostra vita, sono soggetti autonomi e autosufficienti che desiderano catturare gli sguardi degli osservatori per non lasciarli più andare, vogliono immobilizzare chiunque le osservi, ed esercitano così il loro “effetto Medusa”.

Odi et amo, si può riassumere così il rapporto tra l’uomo e le immagini, queste sono amate e odiate, fatte idoli e distrutte. Sono due le correnti opposte che ben esemplificano il rapporto dell’uomo con le immagini, la prima è la corrente iconofoba che crede che il territorio delle immagini debba essere limitato, poiché il potere delle immagini rischia di essere travolgente; la seconda è una corrente iconofila, che nelle immagini vede degli idoli. Sono opposti estremi, del niente e del troppo, della distruzione e della moltiplicazione, modalità attraverso cui si rende invisibile l’immagine, sovraesponendola e censurandola.Oggi l’informazione televisiva manipola sapientemente queste due tecniche, così facendo decide cosa non dobbiamo vedere da una parte, e sottoponendoci a clichè universali, dall’altra.

civiltà-delle-immagini-iconografiaQuesta ambivalenza interna al rapporto uomo-immagine si riflette nell’opera del filosofo francese Bruno Latour che si intitola: Iconoclash. L’opera mostra le immagini come terreno di scontro, una sorta di iconoclash, con il quale si intende il contrasto tra coloro che nelle immagini vedono schermi fuorvianti che devono essere distrutti in favore della verità e dell’oggettività, e chi invece sostiene le immagini come qualcosa di necessario e fondamentale per avvicinarsi a Dio e alla verità.

Nel corso della storia il dibattito è sfociato in episodi iconoclasti, cioè di distruzione delle immagini, queste ultime furono colpevoli di svolgere una mediazione considerata pericolosa, fonte di peccato, perciò sono state oggetto di profanazione, distruzione e censura. Ma ciò che Latour vuole far notare è che « non c’è modo di fermare la proliferazione di icone, idoli, oggetti, segni. Non importa quando si sia inflessibili nella distruzione dei feticci e nel vietare il culto dell’immagine: i templi verranno comunque costruiti, saranno fatti dei sacrifici, gli strumenti saranno messi in campo, le iscrizioni attentamente incise, i manoscritti copiati, e migliaia di gesti dovranno essere inventati per raccogliere ancora verità, oggettività e santità ».

Latour sostiene che le mediazioni sono necessarie a qualsiasi livello e vietarle è solo un modo per provocarne la creazione.

La nostra è la società delle immagini, nel bene e nel male, odiandole e amandole, le immagini vivono, malgrado tutto, spinte dalla loro « essenziale vocazione alla sopravvivenza » (Georges Didi-Huberman).

Lorenza Giovanardi

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