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mercoledì, 20 settembre, 2017 6:46

Aborto: la sottile linea tra libertà calpestata e tutelata

feto-gravidanzaA distanza di una settimana dal nostro invito a eventuali chiarimenti in merito all’episodio verificatosi all’Ospedale “Pertini” di Roma (in cui una donna sarebbe stata costretta ad abortire in totale mancanza di assistenza) e alla luce delle recenti dichiarazioni sul fine vita del Presidente della Repubblica Napolitano, e delle sanzioni europee che contestano la presenza di troppi obiettori di coscienza sul suolo italiano, ritorniamo sullo scottante “topic” dell’aborto e dell’obiezione di coscienza. In questa breve finestra analizzeremo il cosiddetto diritto all’aborto, soffermandoci sulla nozione stessa di diritto, proprio perché la legge 194 sembra trovarsi in un’impasse a causa della presenza di un conflitto tra più agenti morali.

Fondante l’argomentazione sul diritto all’Igv, è il primato decisionale che dovrebbe spettare alla donna. Ciò significa il poterle garantire l’accesso a tutte quelle possibilità che la tecno-medicina sembra oggi poter offrire. Implicite in questa argomentazione sono due tesi: il rapporto medico-paziente oggi si è rovesciato; il modello paternalistico è stato superato pienamente dal modello del “consenso informato”. La seconda tesi è che se l’aborto come diritto deve tutelare la decisionalità della donna, essa esclude ogni altro agente morale, come la figura del padre o del medico.

legge_194La conseguenza è che oggi il medico rischia di assumere sempre più le sembianze di un tecnico, che deve limitarsi a offrire prestazioni, né più né meno di quanto potrebbe fare un idraulico con una lavatrice malfunzionante. Ora, un’impostazione di questo tipo presenta almeno un genere di problema: l’aborto in quanto pratica che richiede l’intervento di un tecnico (di un altro agente morale) fa sì che esso non sia più un fatto privato, ma pubblico.

Il non poter abortire senza l’intervento di una seconda figura è centrale: infatti perché ci sia un diritto, che sposta la questione da un piano descrittivo al piano normativo, serve almeno un consenso unanime. Il problema in questo caso è che oltre a non esserci un consenso unanime intorno all’aborto, non vale neanche giocare la carta della tutela della libertà di un agente morale.

legge-194-2La non privatezza di un fatto come l’aborto non può limitarsi alla demagogica e acritica considerazione che la libertà della donna deve essere tutelata. Nessuno, ragionevolmente, vorrebbe limitare la libertà di un agente morale che più di tutti è chiamato in causa. Non è possibile non considerare però che nei casi in cui l’aborto è permesso, almeno fino ad ora è richiesto di seguire specifiche procedure che chiamano in causa altri soggetti morali. In tal caso risulta difficile considerare come diritto, cioè come normativo e vincolante, una pratica che non potendo appoggiarsi su un consenso unanime finisce col prevaricare e limitare la libertà di agenti morali secondi. 

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