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venerdì, 28 luglio, 2017 6:30

Chi si oppone all’Isis? Le incertezze occidentali nella crisi irachena

isis-influencePrima l’Ucraina, poi Gaza e il caos in Libia, ora la marcia senza ostacoli dell’Isis verso la costituzione del Califfato, uno Stato integralista islamico con obiettivo dichiarato di spargere il terrore in Occidente e sovrastarne la civiltà, là dove Al Quaeda e Osama Bin Laden hanno fallito. Questo il resoconto dell’estate 2014, che vede lo scoppiare di un unico grande focolaio di crisi che dalla Tripolitania arriva al Mar Nero, passando per il Medio Oriente e la Mesopotamia.

isis-1La crisi internazionalmente più preoccupante è di sicuro quella irachena, dove uno Stato dilaniato dai contrasti fra sciiti al governo e sunniti in minoranza ha aperto le porte agli uomini dell’Isis, che da mesi hanno lasciato la Siria per spingersi a sud. A contrastarli, solo la minoranza curda, con l’esercito dei peshmerga. Nel mezzo, le persecuzioni delle minoranze cristiane e degli yazidi (un popolo che professa una religione di origine zoroastrista con influssi cristiani e ebraici), 150 mila persone che vivono nelle zone di confine fra Iraq e Siria, a cui è stata posta un’alternativa chiara: convertirsi o immolarsi. Tralasciando le cronache degli ultimi giorni che parlano di stupri e deportazioni in Siria. L’aviazione americana in questi giorni ha  cercato di facilitare la fuga degli yazidi verso la provincia del Kurdistan, lanciando dal cielo acqua, viveri e medicinali. Barack Obama ha annunciato due giorni fa la fine dell’emergenza, ma parlare di un popolo ora in salvo pare fuori dalla realtà.

obama-sconfittoL’Isis ha conquistato ampi territori nel nord dell’Iraq per l’incapacità di Baghdad di contrastare le truppe del Califfato, che nell’avanzata hanno fatto incetta di armi e risorse petrolifere. Questo perché il governo di Al Maliki, sciita, ha escluso dalla partecipazione politica attiva le minoranze sunnite, spaccando il Paese, e spingendo i più estremisti fra i sunniti ad aderire al Califfato di Al Baghdadi, leader dell’Isis. Questo sotto l’occhio degli americani, la cui politica, durante i due mandati di Obama, prevedeva il ritiro delle truppe dall’Iraq e dall’Afghanistan. E anche ora che il presidente della Repubblica Fuad Masum ha incaricato Al Abadi di formare un nuovo governo di unità nazionale che reintegri almeno i sunniti più moderati, la soluzione della crisi rimane lontana. Vero, Obama non avrebbe ritenuto praticabile l’invio dell’ Us Air Force a sostegno di un governo di soli sciiti, mentre ora potrebbe ripensarci, e un governo siffatto non avrebbe da temere reazioni scomposte da parte dell’esercito regolare. Mentre dalla Francia e dalla Gran Bretagna arriva la richiesta, semmai, di armare i curdi (ma a quel punto sarebbe la Turchia a opporsi). E qui sta il nodo. Lasciare che la crisi mantenga una dimensione irachena, per non rischiare altri contraccolpi in Medioriente, o dare la polveriera per esplosa e impegnarsi in una nuova guerra? Questa la decisione che Obama dovrà prendere, non potendosene lavare le mani, come presidente del Paese che la crisi irachena l’ha alimentata sotto l’amministrazione Bush. Ma Obama ha puntato forte in questi anni sul ritiro delle truppe (ha vinto pure un Nobel per la pace) e per questo esclude la possibilità di un intervento di terra, mantenendo aperta la porta della no-fly-zone, stile Libia 2011. Ma i risultati li vediamo. Come ha scritto Sergio Romano sul Corsera del 12 agosto, la verità è che corridoi umanitari e missioni di pace possono avvenire solo dopo l’invio di un contingente terrestre, non in una situazione del genere, e il succo del discorso dovrebbe vertere sull’interesse strategico americano oltre che, aggiungiamo noi, europeo. Ma come disse Henry Kissinger, «quando voglio chiamare l’Europa non trovo il numero». E viste le incertezze sulle altre crisi, se l’omologo Kerry lo trovasse, dovrebbe poi capire quale possa essere l’interesse capace di mettere d’accordo gli europei.

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