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sabato, 21 gennaio, 2017 2:03

Medio Oriente, cambia lo scenario?

Il 2 aprile è stato firmato l’accordo sul nucleare con l’Iran. L’amministrazione Obama è riuscita a raggiungere un risultato importante. Risultato che però ha molto indispettito diversi paesi sunniti, Arabia Saudita in testa, e Israele. Netanyahu, recentemente riconfermato primo ministro d’Israele, aveva aspramente criticato la scelta degli Stati Uniti di cercare una qualche forma di compromesso con Teheran. Questo avveniva prima della sua riaffermazione elettorale e ci ricordiamo il suo discorso infuocato al congresso statunitense. Pur moderando i termini, non volendo complicare ulteriormente il suo già travagliato rapporto con l’amministrazione Obama, anche dopo la sua nuova nomina alla guida di Israele, Netanyahu non ha smesso di ribadire il suo dissenso. O meglio, non ha criticato che si sia trovato un accordo, bensì le poche garanzie che, a suo dire, sono state date a Tel Aviv.

Perché Israele, Arabia Saudita e altri paesi non sono contenti di questo accordo? I motivi sono diversi. In sostanza questo trattato prevede che l’Iran smetta di costruire nuove centrifughe per arricchire l’uranio, anzi smetterà di usare un terzo di quelle che già attive. Teheran permetterà anche a degli ispettori di controllare periodicamente le sue infrastrutture nucleari. In cambio Stati Uniti e gli altri paesi occidentali ridurranno progressivamente le sanzioni, permettendo quindi che si riaprano investimenti e commerci con l’Iran. Questo accordo ha portato a degli indiscutibili vantaggi: ha evitato che ci fosse un bombardamento contro l’Iran da parte di Israele (anche se i comandanti dell’aviazione israeliana si erano sempre detti contrari, a differenza di Netanyahu, a un’azione militare) e ha permesso che si togliessero appunto le sanzioni, dando una boccata d’aria all’economia iraniana. Proprio quest’ultimo punto fa ben sperare molti osservatori che si augurano che la classe riformatrice iraniana, salita al potere due anni fa, sfrutti quest’occasione per aprire sempre più il Paese e liberalizzi la politica interna, cercando poi un accordo con gli altri attori regionali, come appunto i paesi sunniti e la stessa Israele.

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Allora come mai Netanyahu resta scettico sull’efficacia di questo accordo? Il motivo principale è che l’Iran, secondo i patti, resterà uno “Stato soglia”, cioè, di fatto, Teheran non smantellerà le sue infrastrutture per arricchire l’uranio, mantenendo quindi la capacità di creare ordigni nucleari. Il timore di Israele e anche dell’Arabia Saudita e di altri Paesi sunniti, è quindi questo, che l’Iran, in potenza, resti una seria minaccia e che la sua classe dirigente, che rimanga o no quella riformista, approfitti delle nuove aperture, rafforzando il Paese e imponendo la sua nell’area. E le tensioni in Medio Oriente proprio in questi giorni non sono mancate. In Yemen il governo guidato dal sunnita Abdel Rabbo Mansour Hadi è stato deposto dalle milizie dei ribelli sciiti Houti. Questo ha scatenato la dura reazione di Riyadh, che il 25 marzo ha avviato un’operazione dal nome Decisive Storm.

Questa operazione, che godeva dell’appoggio logistico e di intelligence degli Usa, è stata caratterizzata da una campagna di bombardamenti guidata dai sauditi, appoggiati dagli Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Qatar, Egitto, Marocco, Giordania, Sudan. Intanto l’esercito saudita si era schierato lungo i confini con lo Yemen. Queste operazioni godevano dell’appoggio politico della Turchia, come di quello, già accennato, degli Usa e quello del Regno Unito. Contrari erano la Russia e la Siria. L’Unione Europea, per bocca dell’alta rappresentate per gli affari esteri Federica Mogherini, ha auspicato che si potesse trovare una soluzione diplomatica. E l’Iran?

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L’Iran è stato subito accusato di dare appoggio alle forze sciite e, a peggiorare la situazione, Teheran ha inviato delle navi militari nel golfo di Aden, proprio dove stanno operando le navi saudite. Secondo quando dichiarato dagli iraniani, queste navi sono state dislocate nella zona a protezione delle navi commerciali contro la pirateria ma i sauditi parlano di grave provocazione. Intanto, il 22 aprile, i sauditi hanno dichiarato, suscitando la reazione divertita di molti yemeniti, che le loro operazioni hanno avuto successo, che le forze di terra non entreranno in territorio yemenita e che adesso inizierà l’operazione Restoring Hope. I sauditi e i loro alleati cercheranno di mediare tra le parti al fine di creare un compromesso di pace e le condizioni per il ritorno del governo legittimo. In realtà una buona parte del territorio è ancora in mano ai ribelli e ancora ci sono stati dei bombardamenti.

Ricapitolando: in Yemen si combatte ancora, l’Is continua a controllare ampie zone della Siria, dell’Iraq e della Libia, Israele ancora teme la minaccia nucleare dell’Iran; Iran che continua a essere visto come il nemico peggiore da molti degli Stati della regione. Quindi l’unica nota positiva dal Medio Oriente resta l’accordo sul nucleare, che se non ha risolto tutti i problemi, certo ha potuto bloccare una possibile escalation con Israele e che, se sfruttato bene dalla classe dirigente iraniana e da quelle occidentali, potrebbe portare in futuro a dei sempre migliori rapporti con Teheran.

esercito saudita

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