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sabato, 21 gennaio, 2017 2:03

Palmira, la città caduta che parla al cuore dell’Occidente

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Non la conoscevamo neppure Palmira, fino a che non è caduta nelle mani dell’Isis. Eppure veniamo tutti da lì, da quel piccolo gioiello patrimonio dell’Unesco all’incrocio fra il Tigri e l’Eufrate, in quel fazzoletto di terra dove – e qui le reminiscenze del liceo ci vengono in soccorso – si è sviluppata la grande civiltà mesopotamica, la culla, la madre di tutte le civiltà occidentali. Un ponte fra Oriente e Occidente per secoli, centro carovaniero tanto fiorente che la città siriana fu rinominata “la sposa del deserto”. Una sposa violata, caduta dopo giorni di assedio e combattimenti nelle mani del Califfato per via della sua posizione strategica: controllare Palmira equivale a controllare tutta la parte nord est della Siria e a permettere un collegamento attraverso il deserto con Raqqa, la capitale dell’Isis oltre a controllare l’accesso in Iraq. Inoltre, conquistare Palmira è la via del deserto verso la periferia di Homs, di Hama e con Aleppo.

Lo avevano capito anche gli antichi Romani: secondo Plinio il Vecchio era la provincia romana più ricca e più prospera. Palmira fu annessa all’impero da Traiano e poi proclamata libera da Adriano, l’imperatore più sensibile alla bellezza delle civiltà antiche. Adriano fu colpito dalla magnificenza dei suoi templi e dei suoi monumenti di cui poi ci siamo dimenticati fino ad oggi, quando li abbiamo visti insanguinati dalle esecuzioni dei guerriglieri dello Stato Islamico. Prima c’erano state le mura di Ninive (questa sì, l’abbiamo vista da qualche parte nei libri di storia) e le statue del museo di Mosul, distrutte a colpi di martello, e ancora l’antica città assira di Nimrud, in abbattuta con i bulldozer, in parte fatta saltare in aria. Cos’è, violenza cieca di fronte all’arte e alla storia o una deliberata damnatio memoriae? La volontà di fare tabula rasa delle testimonianze di civiltà precedenti non l’hanno certo inventata loro, ma un’altra civiltà di conquistatori – meno sanguinaria forse? – che sparse il sale là dove Cartagine fu rasa al suolo e che proprio a Palmira, Palmira Hadriana, Palmira provincia imperiale erse quelle magnifiche colonne che oggi il mondo guarda con preoccupazione.

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Mentre l’Occidente guarda, preoccupato e commosso, il massacro di Palmira, l’Isis accusa via Twitter: «Ora vi preoccupate per le pietre. Ma da quattro anni non vi preoccupate dei corpi maciullati dei bambini». Dobbiamo sentirci chiamati in causa, dobbiamo fare mea culpa se le distruzioni del patrimonio storico-artistico mondiale hanno colpito nel segno molto più delle stragi e delle decapitazioni (basta guardare un qualsiasi notiziario o farsi un giro in Internet) di fronte alle quali ormai il modesto cittadino occidentale ha cominciato ad assuefarsi, a intorpidirsi. Anche se se ne parla effettivamente meno, le decapitazioni, le esecuzioni sommarie, le stragi continuano ad avvenire. Con la stessa frequenza di prima. Forse le statue del museo di Mosul o i libri delle antiche biblioteche ci risultano più familiari di un popolo lontano, straniero, familiari come i volti dei soldati inglesi o americani nei filmati delle esecuzioni. Pratiche barbare, certo, medioevali, come quella di mostrare i prigionieri nelle gabbie, come le pubbliche esecuzioni con cui mille anni fa i nostri boia ammonivano le piazze cittadine e i loro boia oggi spaventano il mondo intero. Meraviglie e paradossi della comunicazioni globale, di cui i ‘barbari’ guerriglieri sono veri esperti. L’Isis può contare su un sistema di propaganda estremamente potente e raffinato. Un canale Twitter, video di reclutamento che diffondono worldwide la chiamata all’odio, arrivando sotto gli occhi di tutti quei ragazzi in crisi d’identità, la seconda generazione di immigrati figlia di chi cercava in Europa una vita migliore e che ora non si sente più europea e cerca altrove un posto cui appartenere, un’idea per cui combattere.

Ricorderete il video Flames of War, dello scorso inverno, che più che un video di minaccia sembrava il trailer di un action movie hollywoodiano, con tanto di inquietante coming soon finale. Alta definizione, montaggio da manuale, dissolvenze incrociate e riprese aeree: dai tempi dei video sgranati, semi-amatoriali di Osama Bin Laden girati nelle grotte la propaganda dell’odio ne ha fatta di strada, imparando dall’Occidente ciò che poteva esser utile allo scopo e condannando pubblicamente il resto. Sotto al dilemma di ogni redazione televisiva del pianeta (mandare o non mandare in onda video tanto efferati?) c’è in realtà un’altra questione: in qualche modo, sono gli stessi terroristi a controllare la diffusione delle informazioni nel mondo occidentale, ‘fornendo’ servizi già pronti, già confezionati, che colpiscono l’opinione pubblica e magari la usano anche come mezzo di pressione sui governi nelle delicate questioni dei riscatti, sfruttando e manipolandone la sfera emotiva.

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Ma dietro i video ad alta definizione resta la barbarie feroce e sanguinaria di un gruppo di terroristi armati – pericolosamente armati – che minaccia di controllare pienamente il Medio Oriente in tempi rapidi. Il poeta John Donne scrisse: «La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perchè io sono parte dell’umanità. Non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te». Probabilmente dovremmo ricordarcelo, quando ci sentiamo – giustamente – feriti e depredati della nostra storia per le colonne d’albastro distrutte o per i bassorilievi assiri sgretolati nel nulla. Ma mille volte di più dovremmo sentirci mutilati per la morte di ogni uomo, ogni bambino, ogni civile trucidato dalla furia delle milizie armate.

Se almeno ci aprisse gli occhi su questo, la città di Palmira sarà ancora e in modo più autentico patrimonio dell’umanità.

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