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lunedì, 21 agosto, 2017 5:20

Ultime dall’Egitto: la tempesta non è finita

egitto-scontriQuando inizia, la tempesta, non è facile a calmarsi. Lo sanno bene gli egiziani, che, dopo aver dato la stura poco più di due anni fa a quello che si è rivelato essere un subbuglio popolare incontrollabile, non sono ancora riusciti a trovare il modo di “normalizzare” la situazione. Dopo che il golpe militare del mese scorso ha insediato Hazem El-Beblawi detronizzando il presidente eletto Mohamed Morsi, le cose sono andate a peggiorare. Eccome.

Echeion ve l’aveva già raccontato, la guerra civile in Egitto è nell’aria. Anche se l’Occidente sembra disinteressarsene, tutto preso dalla nascita di un Royal Baby e dai servizi sull’ennesima estate più calda del millennio, il Paese mediorientale è una polveriera pronta ad esplodere. Anzi, è già esplosa. Solo pochi tra i più disinformati, infatti, possono essersi sorpresi nel leggere ieri di varie manifestazioni di piazza finite nel sangue: al-Jazeera riferisce di decine di feriti in almeno quattro regioni dell’Egitto e di oltre cento morti nella capitale, l’epicentro degli scontri, dove il fronte islamista denuncia oltre 70 vittime, mentre l’agenzia ufficiale Mena alza a 75 il conteggio. Il tutto sembra confermato dalle parole di oggi del ministro dell’Interno egiziano, Mohamed Ibrahim, pronunciate nell’occasione di una cerimonia all’accademia di polizia. «Il popolo ha dato all’esercito e alla polizia un mandato per combattere chi cerca di destabilizzare la patria con atti terroristi. Risponderemo con fermezza a ogni tentativo di mettere a rischio la sicurezza».

piazza-tahrirQueste sono parole dure, parole che raccontano più di quello che dicono: raccontano di una profonda frattura all’interno del Paese e del Governo; l’ala più estremista dei salafiti vorrebbe schiacciare tutto quello che rimane dei Fratelli Musulmani nei posti “cardine” dell’amministrazione, mentre la parte più “secolare” (quindi militare) del governo ha intenzione di sfruttare la divisione tra le due formazioni islamiche per avvantaggiarsi ed eliminare l’opposizione politica. O almeno, questo è quello che appare agli occhi degli occidentali.

È possibile invece che, come già accaduto in passato sia in Egitto che in altri Stati orientali, questo sia semplicemente un momento di sbandamento, di interregno: il popolo è alla ricerca di un nuovo leader, che possa identificare a pieno l’anima del Paese. Ma, nel frattempo, mentre si aspetta, la gente continua a morire.

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