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lunedì, 27 marzo, 2017 2:39

Usa 2016: A Game of Thrones

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L’elezione del successore di Barack Obama come inquilino della Casa Bianca è alle porte. Sperando che i fan della serie di romanzi di George R. R. Martin, poi trasformata in serie tv e così consacrata agli onori del grande pubblico, perdonino il paragone, la corsa sembra appunto definibile come un gioco, un torneo che presto deciderà chi sarà a regnare sugli Stati Uniti per il quadriennio 2016-2020.

A raccontare questa corsa si corre il rischio di iper-semplificare, un rischio forse favorito dai colleghi americani, affascinati – contemporaneamente – da un lato dall’idea dello scontro tra due pesi massimi al centro del ring e, dall’altro lato, dalla favola dell’underdog, quello che i giornalisti italiani comunemente definiscono “Cenerentola”. Le due teorie, effettivamente, si mischiano: favorite anche dal sistema politico americano, notoriamente bipartitico anche se non bipolarista. Le primarie premieranno un candidato democratico e uno repubblicano, non di più: ecco perché la campagna elettorale si può già considerare iniziata, con qualche candidato che ha già ufficializzato la propria posizione ed altri che aspettano il momento migliore per farlo.

Se qualcuno si stesse chiedendo perché, a differenza di molti colleghi, non si è scelto per questo articolo lo scontato paragone con la serie tv House of Cards, che racconta appunto la scalata al potere di un politico americano, la risposta è la seguente: dinastie. Tra i maggiori candidati (e presumibili vincitori del ticket per lo scontro finale) ci sono infatti gli eredi di due vere e proprie casate politiche: da un lato Hillary Clinton, ex first lady ed ex avversaria di Obama nelle primarie del 2008; dall’altro Jeb Bush, governatore della Florida e fratello minore di George W. (nonché figlio di George senior).

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Proprio la presenza di due simili colossi, però, ha stimolato la concorrenza, visto che sempre dalla Florida arriva uno dei più credibili sfidanti per Bush, ovvero Marco Rubio, volto giovane (classe 1971) e soprattutto socialmente esplosivo, visto che è il discendente di terza generazione di una famiglia di esuli cubani, proprio nel momento in cui l’embargo si è concluso e le relazioni tra la Casa Bianca e l’isola tropicale si stanno disgelando. L’annuncio della candidatura di Rubio è stato, per l’appunto, improntato al richiamo di un necessario rinnovamento e, per dirla alla renziana, “rottamazione”: non certo il più elegante degli esordi, ma sicuramente un attacco frontale a Clinton e Bush.

I candidati, però, sono assai diversi nonostante la loro somigliante fama: per Bush, effettivamente, il problema principale può essere l’ombra lunga gettata dall’eredità del padre e del fratello, visto che Jeb è un politico di tutt’altro stampo, repubblicano nel senso più “lincolniano” del termine, molto progressista in tema di politiche sull’immigrazione e quasi centrista. Per la Clinton, invece, il problema è proprio l’opposto: se i punti forti del marito (sui cui punti deboli, per pudore, è meglio sorvolare) erano l’affabilità ed il calore con cui riusciva a presentarsi al proprio elettorato, Hillary ha finora ispirato solamente un senso di nobiltà decaduta nei confronti del suo pubblico; la maggior parte degli americani (il 45% circa, ma con un’astensione notevole sulla domanda) ritiene infatti che Hillary non sia in grado di rappresentare la gente comune, di cui non ha mai condiviso i problemi e le preoccupazioni e nemmeno ha tentato di comprenderli. Critiche forse ingenerose, ma è sul piano delle impressioni che si gioca questo tipo di partita politica.

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Impressioni che, in ogni caso, vedono le due dinastie in fase ascendente: il 71% degli americani, infatti (dati riportati da Il Corriere della Sera del 13 aprile), crede sinceramente che uno tra Jeb Bush e Hillary Clinton sarà il prossimo inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue. Poche speranze, dunque, almeno in apertura di campagna, per gli sfidanti: oltre a Rubio, di cui si è già detto, in questo novero rientrano almeno altri due personaggi politici. In primo luogo, per restare nel campo dei repubblicani, Ted Cruz, leader attuale del Tea Party (i suoi consensi hanno superato quelli della Palin): anche lui è un volto giovane e nuovo, ma forze troppo oltranzista per essere un candidato credibile ad ampio spettro. In secondo luogo, Elizabeth Warren: è la sfidante più pericolosa (relativamente parlando) per la Clinton, è un ex docente di legge ad Harvard, e soprattutto è particolarmente gradita dall’elettorato più di sinistra per le sue battaglie contro Wall Street e il sistema bancario, la famosa campagna We are 99% che può davvero ribaltare il tavolo fino ad oggi controllato da banche e lobby dell’industria. Più defilati, nel partito democratico, appaiono il vicepresidente del ticket Obama, ovvero Joe Biden, e il trasformista Lincoln Chafee: nessuno degli oppositori, tuttavia, sembra legittimamente in grado di dare filo da torcere alla Clinton, per la quale si sta intensificando un pericoloso clima da “incoronazione” (o “investitura”, se preferite) che potrebbe portare un politico poco esperto a rovinose cadute.

In terra repubblicana, invece, tra Rubio, Cruz e Bush dovrebbe prevedibilmente essere proprio quest’ultimo a trionfare, specialmente se – come sembra – riuscisse a compiere il miracolo politico del secolo ventunesimo e portasse nel proprio accampamento Rubio, costruendo così un’alleanza praticamente imbattibile, anche per la macchina da propaganda della Clinton, tra l’altro penalizzata dai tutt’altro che convincenti otto anni di Obama che, per quanto fosse un suo ex avversario, proveniva pur sempre dallo stesso grembo democratico. Al momento un’alleanza Bush-Rubio sembra improbabile, così come la riscossa dei repubblicani: ma ricordatevi che al gioco del trono, come dice Martin, o si vince o si muore. E nessuno degli sfidanti ha intenzione di soccombere. 

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