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sabato, 24 giugno, 2017 7:22

E la Solidarietà ha cambiato la Storia: Walesa, l’uomo della speranza

walesa3«Cosa le fa credere di essere l’uomo giusto in questo momento?». «Io sono un uomo di fede e so che in questo momento c’è bisogno di un uomo come me».

Secche arrivano le risposte di Lech Walesa (si pronuncia Wauwensa -imparate a pronunciarlo per quando risponderete ai vostri figli che vi domanderanno, studiando il crollo del comunismo e dei totalitarismi del XX secolo- e interpretato da Robert Wieckiewicz) alle altrettanto pungenti domande di Oriana Fallaci (un’impressionate Maria Rosaria Omaggio). Due caratteri forti, affilati, abituati a fronteggiare il potere «senza nessun complesso d’inferiorità».

Andrzej Wajda, dopo anni passati a prenderne le misure, finalmente porta sullo schermo la figura di quello che indubitabilmente è un pater patriae della moderna Polonia, il leader del sindacato Solidarność (“Solidarietà”).

Il regista, anch’egli simbolo del cinema polacco e per questo insignito dell’Oscar onorario nel 2000, non aveva però intenzione di realizzare un’opera romanticamente celebrativa, un’agiografia in questo caso («se il governo mi ucciderà, farà di me un Santo»), che avrebbe fatto scivolare il film nella grigia mediocrità di tanti biopic che vediamo in questi anni.

E l’argomento è troppo importante, la vicenda troppo cara, per trattarli come un cinema di genere. Lo spunto diviene proprio l’intervista della giornalista italiana a Walesa, che inizialmente doveva ritagliarsi 12 minuti all’interno del film (e rappresenta l’emergere della figura ancora oscura di questo uomo sulle testate occidentali). Il regista, folgorato dall’arrivo dell’attrice, dalla verosimiglianza, dalla pelliccia originaria con sopra l’immancabile cammeo della giornalista, dal suo registratore a nastro, frutti di un lavoro d’immedesimazione che la Omaggio, in realtà, andava praticando da tempo per letture e spettacoli fatti su esplicita richiesta dei parenti della Fallaci, decide che quello sarà il filo conduttore della pellicola. Dunque l’asciuttezza del botta e risposta si trasmette agli eventi, cadenzandoli e rievocandoli, in tal modo evitando la distanza emotiva del documentario e la melensa insipidezza del melò storico.

È così più facile entrare nei fatti, nei primi, timidi passi di Walesa nelle proteste operaie nel cantiere navale di Danzica, dove lavorava, e che porteranno al massacro dei lavoratori nel ’70, quello che nella sua coscienza probabilmente fu il battesimo del sangue. E nonostante da sua moglie agli amici, quasi tutti gli continuino a ripetere di “non immischiarsi”, l’uomo aderisce sempre più a qualcosa che gli sgorga dal di dentro, che emerge con la naturalezza del suo carisma, partendo da organizzazioni clandestine, venendo arrestato e perquisito in continuazione, fino alle proteste spontanee che si allargheranno a macchia d’olio in tutto il paese e si coaguleranno sotto Solidarność, ufficialmente riconosciuta nell’80. L’inizio della fine.

solidar1Ma, attraverso l’impianto dell’intervista, è anche più facile entrare nei risvolti psicologici della vicenda: «Come si diventa un leader? Dove ha imparato?» chiede la donna. Ci si aspetterebbe quelle risposte leggere da cinema statunitense, e pure la risposta gli si avvicina, ma è più personale, più viscerale e al contempo incredibilmente più misurata: «Non sono una persona che ha studiato. Mi annoio a leggere, non riesco ad andare oltre la quinta pagina. Però ho sempre covato un’immensa rabbia dentro, sin da ragazzo, che è cresciuta nel tempo, ma che ho imparato a trasformare in furbizia.» E oltre: «Bisogna imparare a domare la rabbia del popolo. Bisogna saper andare contro la folla». Forgiare se stessi per forgiare le masse.

E i risvolti affettivi? Qui spicca una delle perle del film, sintesi dell’umanità, del cattolicesimo e dell’inossidabile speranza di Walesa, come dei polacchi: la famiglia, otto figli e la moglie. Mai come in questo caso fu più corretto dire che dietro un grande uomo si nasconda una donna ancor più grande.

Danuta (Agnieszka Grochowska), una figura che si staglia, di contraltare alla Fallaci, fatta di silenziosa e paziente maternità, alimentata da una fedeltà straordinaria che si riversa in una non meno eroica capacità di sopportazione: un tipo di femminilità e di rapporto tra marito e moglie oggi estremamente raro. E a coronare un’umanità come la sua forse non fu un caso, agli occhi della Storia, che nell’83 andò lei a ritirare il Nobel per la Pace assegnato al marito, che non volle lasciare il paese per timore di non essere lasciato rientrare.

Walesa. L’uomo della speranza entra così a far parte di quei film che, al di là del valore artistico, narrano la nostra identità occidentale contemporanea, il suo risollevarsi dalle orrende nefandezze che hanno attraversato il ‘900. Un film che, senza troppi giri di parole, racconta e dona speranza.

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