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sabato, 24 giugno, 2017 7:05

Il lirismo epico di Miyazaki: La Principessa Mononoke

la-principessa-mononokeMiyazaki è un artista senza pari nel mondo dell’animazione, forse addirittura un artigiano.

È per questo che, da qui a settembre, al cinema verranno riproposti tre suoi film, nuovamente doppiati; tra questi La Città Incantata, che, negli ultimi anni, gli conferì la maggiore visibilità in Italia. Però, nulla a che vedere con La Principessa Mononoke (al cinema dall’8 al 15 di questo mese).

In una non meglio precisata epoca del medioevo giapponese, Ashitaka, ultimo principe del quasi estinto popolo Emishi, viene marchiato dalla maledizione di un cinghiale indemoniato, che è stato costretto a uccidere poiché minacciava la sua gente. La ferita lo infetterà fino alla morte, perciò decide di partire verso ovest, da dove proveniva il demone, per indagare e cercare di spezzare il fato che grava su di lui. Arriverà nei pressi di un bosco sacro, vicino il quale è sorta una città nella quale gli esseri umani lavorano il ferro e che si danno battaglia con le creature della foresta, alle quali la sottraggono progressivamente, abbattendo alberi per le fornaci. Nella città governa una donna, Eboshi, altera e dalla risolutezza quasi spietata, mentre a guidare i lupi della foresta vi è una ragazza selvaggia, San: la principessa Mononoke. Dall’esterno, inoltre, arrivano gli attacchi dei samurai del daimyo Asano.

la-principessa-mononokeSebbene così riassunta, la trama possa apparire semplice, o solo molto intrecciata, una tra le sfaccettate meraviglie di questo film è l’assoluta incapacità di ridurre a un piano monodimensionale le vicende e i rapporti che collegano i vari personaggi. Questo a partire da una diversa concezione che l’occidente ha della relazione instaurata tra l’uomo e la sacralità della natura (nella quale egli stesso è immerso), con il suo alone di mistero tra l’intimo e il magnificente. Si capisce dunque perché, quando arrivato negli Stati Uniti e poi da noi, il film sia stato interpretato come una complessa favola ecologista, svalutandolo. A ciò si aggiunge un piano morale dove nessuno è veramente cattivo, ma mosso da uno scopo sempre con una sua legittimità interna; ma neanche totalmente buono, se costui restringe le prospettive del proprio orizzonte di senso.

Forse il protagonista è l’unica vera incarnazione di purezza e disinteresse. In mezzo a queste vicende infatti, Ashitaka tocca con mano come ogni parte, adempiendo a ciò che essa reputi giusto, alimenti una spirale di violenza dalla quale, con consapevolezza, ognuna sente di non potersi sottrarre, quasi fossero, loro, sotto una maledizione ineludibile.

la-principessa-mononokeImpossibile, poi, riportare la delicatezza, quasi paterna, nel tratto dei disegni delle figure umane, la magnificenza dei paesaggi (Miyazaki dice addirittura di aver preso spunto dal padre dell’epica americana, il western, John Ford), l’inesauribile inventiva nel rendere la vitalità della natura e la poesia nel narrare il suo agire, il suo proteggersi.

L’opera è un affresco, in tutti i sensi della parola, epico e leggendario, lirico e dolcissimo, umano e mitico, come mai il film d’animazione occidentale ci aveva abituati.

Meritoria, dunque, l’operazione di recupero e riadattamento (a partire dal titolo: Mononke non è un nome proprio, ma un termine traducibile per approssimazione come “spettro della foresta”): il doppiaggio permette infatti di ripresentare al pubblico un’opera del 1997, ma finora apprezzata solo da fan o pochi fortunati che, come chi vi scrive, l’avevano scoperta quasi per caso.

È una certezza: con Miyazaki l’animazione vibra tra stupore ed esaltazione, densa di qualcosa di molto antico.

Emanuele D’Ambrosio

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