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sabato, 21 gennaio, 2017 2:04

In principio era il Verbo

Dove sei nel tuo mondo? Dei giorni e degli anni a te assegnati ne sono già trascorsi molti: nel frattempo tu fin dove sei arrivato nel tuo mondo?Martin Buber, Il cammino dell’uomo

Il Verbo riassume in sé la tematica – Dio, parola fatta carne – e la modalità espressiva – flusso di parole che contraddistingue una delle compagnie più innovative e premiate del panorama teatrale contemporaneo: Babilonia Teatri. Valeria Raimondi ed Enrico Castellani portano in scena all’Elfo Puccini di Milano Jesus, nel cui titolo risiedono il motore e lo scopo dello spettacolo. Si tratta di un argomento velato, sotteso nel ritmo dei loro precedenti spettacoli e che ora necessitava un confronto diretto. Perché non farne la storia di un nuovo spettacolo? Perché non affrontarlo? Queste sono le parole di Valeria: «Jesus è un punto di domanda. Spesso sopito. Assente. Respinto o ignorato. Capita che torni a bussare. Ci si pari davanti. Improvviso. E sbarri la strada».

L’attrice compare davanti agli spettatori illuminata da un occhio di bue, indossa una giacca scintillante, tacchi trasgressivi e jeans da vera rock star. Le avvolgenti, seducenti e ininterrotte parole di Valeria invitano lo spettatore a danzare con lei a suon di flamenco, mostrandoci come Gesù sia calato nella nostra realtà più di quanto pensiamo. Ne siamo immersi:

Jesus è il nome del fidanzato di madonna
Jesus è un paio di jeans
Jesus Jesus è una miniserie televisiva
Jesus gioca nell’inter
Jesus tifa per suor cristina
Jesus è il miglior amico del grande Lebowsky
Jesus è l’uomo più famoso del mondo
Jesus lo conoscono tutti
Jesus è di tutti
tutti per Jesus
Jesus per tutti

jesus-teatro

Sembra un ritornello rap, un pezzo rock, uno slogan pubblicitario, un avviso ripetuto in stazione e poco a poco ci si rende conto con quanta leggerezza si parla oggi di un argomento “leggero” nel senso di immateriale, celeste, spirituale. Quel Dio che Nietzsche dichiarava morto, l’uomo lo riporta in vita, ma viene mercificato, servito e consumato. Emblematica è la scena dell’agnello, quel Dio morto, legato a una fune che viene letteralmente cucinato e dato a noi in pasto seguendo rigidamente i dettami di una ricetta all’apparenza gustosa, ma che rivela in modo macabro la nostra cecità. Non ci accorgiamo del valore di un essere umano ferito che ci chiede aiuto, di un Gesù che sanguina sul ciglio del marciapiede, non ci importa degli uomini e delle donne morte nel mare, di tutti coloro che hanno fame, sete che nudi chiedono un vestito. Se davvero Gesù è dappertutto, allora è, o era, anche in loro.

Le parole di Valeria dicono verità scomode, perché non abbiamo voglia di aprire gli occhi; allora meglio lasciarlo là quel Gesù:

Che non scenda
che non venga a farmi la predica
a parlarmi
a interrogarmi
a chiedermi di seguirlo né di conoscerlo

Le sue parole sono una denuncia, un monito incessante, ma anche un invito a farsi carico, finalmente, della propria responsabilità, a non nascondersi. Così dice Martin Buber al lettore: «Ed è proprio in questa situazione che lo coglie la domanda di Dio: vuole turbare l’uomo, distruggere il suo congegno di nascondimento, fargli vedere dove lo ha condotto una strada sbagliata, far nascere in lui un ardente desiderio di venirne fuori». Allo stesso modo Valeria Raimondi ci dice dove trovare le risposte alle nostre domande; lo fa con tenerezza, quasi prendendoci per mano come prende le mani di suo figlio Ettore, di tre anni, teso in volto perché scopre nel suo animo di bambino che dovrà morire. L’attrice ci conduce in quelle che definisce le “chiese di pietra”, indossa un abito bianco, da prima comunione, cala un buio tranquillo in sala, come quando da piccoli recitavamo le preghiere che al catechismo ci insegnavano, prima di addormentarci, al chiaro di luna:

Credo nelle chiese di pietra
nella loro capacità di attrarre e spaventare
di interrogarci sul tempo sul senso sull’enigma
dell’uomo e del mondo
credo nelle chiese di pietra
dove si pensa
si medita
ci si rigenera

Le sue parole sono un’autentica testimonianza di un mondo che non si perde, che rinasce nei rapporti più intimi, nell’amore che lega un padre e una madre, nei corpi di un uomo e una donna che, nella scena finale, simbolicamente ricordano quelli di Adamo ed Eva, nudi, senza veli, puri, che si baciano e stringono in un abbraccio e nel seme di quello che verrà dopo di loro, nel figlio che, come loro, non smetterà di interrogare se stesso. Così sfuma questo bellissimo spettacolo nelle note sussurrate di Jeff Buckley, Halleluja.

Tornando a casa non ho potuto fare a meno di rendermi conto che davvero Gesù è dappertutto, si era persino infilato in una mia scarpa. Per sapere come sia stato possibile, dovete andare a vedere lo spettacolo.

Federica Duvia

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