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mercoledì, 23 agosto, 2017 6:21

In Trance. Arte, furto, memoria

In Trance, coverSimon lavora per una casa d’aste e sa come questo impiego comporti dei rischi. I ladri d’opere d’arte raffinano le loro strategie secondo lo svilupparsi dei sistemi di sicurezza ma, qualsiasi cosa accada, «un’opera d’arte non vale una vita» per cui nessuno nello staff di Simon ha tentazioni d’eroismo.

Eppure, quando un giorno irrompono dei malviventi, nonostante tutte le misure di sicurezza, tutte le cautele e tutte le raccomandazioni ai dipendenti, qualcosa va storto. Simon viene colpito alla testa, un quadro di Goya di altissimo valore viene rubato e il protagonista subisce un’amnesia che avvolge quasi tutti gli eventi di quegli istanti. È un bel problema. Già, perché i ladri erano in combutta con Simon e avrebbero dovuto sbrigare il loro lavoro senza intoppi. Ma il quadro non si trova e il solo responsabile sembra essere lui.

Così, sotto la pressione dei ladri e del loro boss Frank, comincia una profonda discesa nella mente del protagonista grazie a un’ipnoterapeuta, Elizabeth: la dottoressa tenterà di recuperare quel che lui neppure capisce per quale ragione avrebbe sottratto.

In Trance, James McAvoyDanny Boyle (The Millionaire e 127 ore) torna con In Trance, sostenuto dal suo stile incalzante, asciutto e quelle coinvolgenti colonne sonore che abbiamo avuto modo di gustare già in opere come Trainspotting o The Beach. Il cast ben assortito permette di volta in volta l’emergere dei ruoli di attori magnetici: dal protagonista, l’attore in ascesa James McAvoy (L’ultimo re di Scozia e prossimamente in Filth, tratto dall’omonimo romanzo dello stesso autore di Trainspotting, Irvine Welsh), all’affascinante ipnoterapeuta Rosario Dowson, fino al misurato e spietato capo dei ladri, Vincent Cassel. Il film cerca costantemente di sorprendere lo spettatore con nuovi colpi di scena provando a troncare ovvi cliché che un thriller cerebrale come questo, per natura, si trascina dietro.

Eppure a fine visione c’è l’impressione di aver voluto strafare proprio per realizzare qualcosa di inaspettato, ritorcendo paradossalmente la storia su esiti se non già visti, quantomeno dalla fondatezza discutibile.

Non vogliamo rivelare più del necessario al futuro spettatore o l’estimatore di un regista generalmente molto originale come Boyle, ma se alla fine il prodotto non avrà totalmente sfamato gli appetiti più esigenti, a nostro avviso, è per un motivo fondamentale, esterno all’opera.

Dopo l’Inception di Nolan portare la cinepresa nei recessi della mente umana è divenuto vertiginosamente più difficile persino per i più bravi.

Emanuele D’Ambrosio

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