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giovedì, 24 agosto, 2017 10:58

Jobs: Kutcher c’è, il resto no

JobsStimolante e scottante, così potremmo definire la sfida del regista Joshua Michael Stern di una biografia cinematografica su Steve Jobs, vista l’aura di cui era stato investito e la vicinanza agli eventi.

La storia apre sul lancio del primo iPod nel 2001 e poi ci riporta all’inizio degli anni ’70, nel breve periodo trascorso al college da Jobs (Ashton Kutcher), in cui tra varie esperienze psicotrope, calligrafiche e orientali sembra definirsi lo spirito secondo cui il protagonista agirà progettando le future creazioni. Ossia una interrelazione tecnologica intuitiva “precognitiva”, quasi il dispositivo sia “un’estensione dell’essere umano”.

I primi passi alla Atari, le fruttuose collaborazioni con l’onnipresente amico Wozniak (Josh Gad), il primo Apple, la nascita della società, l’affermazione e l’espansione sul mercato, gli attriti, gli scontri con amici e consiglio di amministrazione fino all’informale espulsione di Jobs dall’azienda: è un crescendo che non censura la presunzione, l’egoismo, l’avidità e spesso l’immaturità del protagonista. Eppure la riconquista di ciò che già gli apparteneva, ripartendo da zero con la piccola NeXT, non è il solito bagno di umiltà che rigenera i personaggi tracotanti a cui siamo abituati nelle storie edificanti a La Bella e La Bestia.

Jobs locandinaProbabilmente il punto forte dell’opera voleva essere questo: l’inattaccabile alone del genio penetrato dall’umanità dello stesso, per certi aspetti diametralmente opposta alla filosofia di vita propugnata dal fondatore e dalla stessa azienda della mela morsa. Ma l’orientalismo, il veganismo, l’indifferenza all’igiene minima, i viaggi e i trip allucinogeni non fanno altro che alimentare lo stereotipo del genio alienato, intrattabile, paranoico e ossessivo.

Genialità di cosa poi, verrebbe da chiedersi, visto che, da un certo punto del film in poi, sembra che il grande dono del protagonista fosse prevalentemente un’indiscutibile e arrogante capacità imprenditoriale e di fiutare il mercato, quasi il suo talento avesse qualcosa di profetico, elemento peraltro falso, poiché in qualsiasi cosa Jobs lavorasse sforava alla grande i budget fissati e persino la NeXT era in crisi quando venne riacquisita dalla Apple. Essere grandi inventori non significa necessariamente essere grandi capitani d’industria.

Ne viene una storia senza mordente e di quando in quando sottotono. Purtroppo, tra tutto questo, il notevole lavoro d’immedesimazione di Kutcher rischia, se non di passare inosservato, almeno di apparire insipido, non si capisce bene se perché insipida la narrazione o perché eccessivamente chiuso al mondo l’uomo che sta interpretando.

Emanuele D’Ambrosio

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