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sabato, 21 gennaio, 2017 2:05

La giovinezza (interiore) di Paolo Sorrentino

La giovinezzaSi sa che il Premio Oscar italiano Paolo Sorrentino ama dividere pubblico e critica per i suoi film. È già successo con La grande bellezza (2013), film che due anni fa non ha portato nulla a casa dal festival francese, ma che gli ha fatto ottenere un BAFTA, un Golden Globe e un Oscar per il Miglior film straniero nel 2014.

Quest’anno, al Festival di Cannes (il quale, è inutile negarlo, ha suscitato non poca amarezza in quei tanti italiani, che speravano di vincere con almeno uno dei tre capolavori nostrani in concorso), si è presentato niente popò di meno che con Michael Caine (Premio Oscar al migliore attore non protagonista nel 1987 e nel 2000), Harvey Keitel, Rachel Weisz (Premio Oscar alla migliore attrice non protagonista nel 2006) e Jane Fonda (Premio Oscar alla migliore attrice protagonista nel 1972 e nel 1979).

A parte Rachel Weisz, sono tutti membri molto poco giovani – anagraficamente – e  il titolo, Youth – la giovinezza, messo accanto a loro sembra proprio un ossimoro.

Svizzera. Fred Ballinger (Michael Caine), anziano e famoso compositore e direttore d’orchestra con una carriera lunga e piena di riconoscimenti, trascorre una vacanza in un hotel lussuoso in mezzo alle Alpi. A fargli compagnia, la figlia Lena (Rachel Weisz) e l’amico di sempre Mick (Harvey Keitel), celebre regista ancora in attività nonostante l’età. Quest’ultimo sta lavorando alla sua ultima pellicola, che lui definisce il suo testamento, che vede come protagonista Brenda Morel (Jane Fonda) mentre il figlio Julian (Ed Stoppard) – sposato con Lena – lascia la moglie per Paloma Faith.

Fred e Mick vivono questa vacanza – e la vita stessa – in  due modi personali e differenti l’uno dall’altro. Mentre il primo vive la vita con apatia, grande rimpianto e una leggera ipocondria; il secondo la vive, invece, con grande entusiasmo e ottimismo, cercando sempre le emozioni, perché – secondo lui – «le emozioni sono tutto ciò che abbiamo».

E se Fred vede tutto nero, rimpiangendo di essere stato un padre assente per i suoi figli, rimpiangendo un amore perduto – sua moglie Melanie, che per lui ha venduto sua madre – e la propria giovinezza, Mick continua a vedere oltre, a vedere il futuro, finché Brenda non gli sbatte in faccia la realtà, lasciando il ruolo da protagonista per una serie televisiva e rinfacciandogli un’età anagrafica con numeri troppo alti per poter continuare con il cinema, sostenendo che «la vita va avanti, anche senza questa stronzata del cinema».

Tra un attore ricordato solo per aver dato la voce a un robot, una prostituta poco più che una ragazzina disponibile in albergo per qualsiasi uomo di qualsiasi età, una Miss Universo per niente stupida e un Diego Armando Maradona (Sorrentino non ha mai fatto segreto della sua ammirazione nei confronti dell’ex calciatore argentino) obeso e con problemi cardiorespiratori, il regista riesce a colpire lo spettatore. Che sia positivo o che sia negativo, il segno questo film lo lascia.

Dedicato al maestro Francesco Rosi, Youth – la giovinezza è stato accolto con diciassette minuti di applausi da parte della platea di Cannes, ma anche con qualche fischio e un paio di ‘buuu’. La critica italiana e quella francese non hanno risparmiato bandierine rosse, mentre – esattamente com’è successo con La grande bellezza due anni fa – la critica internazionale, come quella americana ha elogiato il film, definendolo filosofico, ironico e commovente.

A essere sincera, io faccio parte di quella minoranza italiana alla quale Youth è piaciuto. Perché il messaggio che manda è un messaggio bellissimo. Youth è il film più ottimista di Sorrentino, ed è anche il suo lavoro più intimo, è un inno all’ottimismo, alla libertà, alla vita. È la dimostrazione che non serve avere 20 anni per sentirsi come tale. Youth ci dice che non è tanto importante la giovinezza esteriore quanto quella interiore, quella vera.

Scena film La giovinezzaSorrentino ci mette dentro tutto se stesso, prendendo diversi pezzi di sé che aveva inserito in altri suoi film. Ha inserito il coraggio, lo stesso coraggio che ha contraddistinto Il divo (2008); ha inserito l’ironia, la voglia di Sorrentino di sdrammatizzare è ormai nota; l’emozione, perché This must be the place (2011) è uno di quei film in cui è impossibile non emozionarsi; infine quel degrado, fisico ed emotivo che ha caratterizzato il suo lavoro più importante, La grande bellezza (2013).

Youth parla anche di genitori, di figli. Il rimpianto di Michael Caine è lo stesso del regista, quando ripensa ai suoi genitori defunti e al rapporto che costruisce ogni giorno con i figli Anna e Carlo.

Youth è intenso, toccante, così intimo che ci si vergogna quasi a guardarlo. È come spiare la vita privata di qualcuno con il suo stesso consenso. Forse, è proprio questo l’aspetto che più colpisce (in positivo, ovviamente).

Guardare questo ultimo lavoro di Sorrentino è come  rileggere Peter Pan: è come vedere il coccodrillo che, ingoiata la sveglia, rincorre Capitan Uncino. Ci ricorda che il tempo rincorre tutti noi, inesorabilmente, e senza alcuna distinzione. E noi, per quanto vogliamo nascondere i segni di questo tempo così veloce, cercando di scappare, non possiamo fare altro che stare fermi. Perché le rughe sul viso giungeranno, prima o poi, e  resteranno sempre,  ma «è il desiderio che ci rende vivi». Il desiderio di essere liberi, di andare avanti, di guardare oltre. Il desiderio di un futuro, di progettare, di sognare. Il desiderio di vivere.

Youth potrà non essere piaciuto alla critica e a molti spettatori. Potrà aver lasciato frastornati tutti. Ma, diciamocelo, dopotutto a volte uno scossone è proprio quello che ci serve per ricordarci di vivere.

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