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lunedì, 21 agosto, 2017 9:23

Le inseparabili anime di Frida Kalho

foto 1Davanti alla vita di Frida Kalho è difficile non sentirsi minuscoli. Minuscoli perché pochi hanno sofferto le pene che ha attraversato, dalla poliomelite congenita all’incidente in autobus fino al marito fedifrago che la tradì perfino con sua sorella. Minuscoli soprattutto perché, in una tale devastazione, è fiorita una delle più grandi artiste del ‘900.

A sessanta anni dalla morte, mentre Roma le dedica una mostra, Brunella Andreoli ha portato, la scorsa settimana, al Teatro Leonardo uno spettacolo che prova a raccontare la Kalho, attraverso la lente dell’esperienza personale dell’attrice e autrice. Mentre sullo sfondo si alternano immagini di quadri, foto storiche dell’artista e del suo Messico, ascoltiamo la biografia della pittrice alternata ad alcuni momenti dove il racconto lascia spazio a momenti più lirici in cui le giovani Gaia Barbieri e Rossella Guidotti incarnano le due anime di questa donna, «la donna che prende bastonate dalla vita, e quella di Frida-barra dritta, che sa come non morire mai». Due anime inseparabili.

foto 2Inseparabili però sono anche le vicende della Kalho da quelle dell’Andreoli, che sin dalle scuole medie si vide propinare senza sosta né pietà i suoi quadri. Ogni episodio della vita di Frida si lega a uno della vita dell’Andreoli.

Sorge spontanea una domanda: che legame può esserci tra un palo dell’autobus che perfora da parte a parte il bacino, un marito che tradisce la moglie con sua sorella e il bacio di un compagno di classe di cui ci si era invaghiti a un’altra compagna?

Senza voler affermare che solo chi abbia provato tali dolori possa parlarne, perché sarebbe limitante e ingiustificato, né tantomeno voler stabilire un unico tipo di rapporto con i quadri e l’arte in generale; ci si chiede se abbia senso il continuo riferimento a fatti autobiografici per raccontare un’artista e la propria relazione con essa.

Forse la selezione di piccoli e banali avvenimenti della vita dell’Andreoli finiscono per scolorire e nascondere la grandezza di quest’ultima e anche gli intermezzi delle altre due attrici risultano deboli e sconnessi dalla cornice del racconto.

L’arte non raggiunge il suo apice mentre si dipinge un quadro, si scrive una poesia o si monta uno spettacolo, ma nel momento in cui si regala e viene vissuta. Esco con la sensazione di aver visto l’Andreoli guardare la Kalho, senza esser mai riuscito a cogliere dove posavano i suoi occhi, escluso dal suo rapporto non personale ma egocentrico con la pittrice.

Lo spettacolo ha sicuramente il merito di riuscire a dipanare i dolorosi fili della vita della Kalho con divertente e ironica leggerezza, cosa che può avvicinare molto ai grandi della storia. Ma cosa rimane di Frida Kalho?

Lorenzo Ponte

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