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martedì, 22 agosto, 2017 11:23

Non buttateci giù…..

non buttiamoci giùNick Hornby e i suoi romanzi surreali, passionali e squisitamente inglesi, sono sempre stati fonte di ispirazione per il cinema, modelli per raccontare una società (e una città) in perenne mutamento. Londra come ombelico del mondo, crocevia di ogni umano turbamento e di ogni ricerca di qualsiasi cosa nella vita. Il cinema ha spesso ricambiato gli spunti offerti da Hornby regalando pellicole capaci di rendere omaggio a quei romanzi e di aggiungere qualcosa di più.

Non è il caso di Non buttiamoci giù. Il racconto di quattro aspiranti suicidi che si incontrano sul tetto di un grattacielo la notte di Capodanno per compiere l’estremo gesto perde quasi ogni traccia di quell’umorismo macabro, cinico e straordinariamente inglese che aveva caratterizzato il romanzo e finisce spesso per scadere nella macchiettistica se non addirittura nella farsa.

Un cast ben assemblato che però non riesce mai a superare la media, una regia pulita che però si limita a non fare sbavature e una sceneggiatura corretta che però non conserva nulla dell’irriverenza e dell’ardire della scrittura di Hornby. Il romanzo non si limitava a raccontare le peripezie di una disperazione, ma le scandagliava, le dilatava attraverso il sarcasmo dissacrante che mascherava da commedia un dramma senza banalizzarlo.

locandinaIl film perde tutto questo spirito, lo smarrisce finendo per rivestire il tutto di un sentimentalismo malinconico che contrasta amaramente con i pochi frammenti ironici. Così facendo il racconto perde di leggerezza, si appesantisce virando decisamente sul drammatico senza tuttavia riuscire mai compiutamente a realizzarlo, fermandosi in una terra di mezzo che dà il senso di un’incompiuta. Un romanzo che aveva raccontato una generazione, un’inquietudine, una Londra fatta di slanci di vita e d’amore viene ridotto a un’accozzaglia di solitudini uguali, indistinte, asfittiche e banali, tralasciando le particolarità e i diversi dolori.

Londra, da sempre centrale e centripeta nei romanzi di Hornby, qui diventa semplice scenografia di fondo, scenario presente ma mai determinante, come fosse una città qualunque, anonima, come se quelle vite, quelle storie, quelle disperazioni potessero essere le stesse altrove, in un altro luogo, in altre strade o in cima ad altri palazzi. Raccontare il suicidio, o il suo tentativo, in una commedia non è cosa da tutti, richiede una maestria e un’abilità fuori dal comune, altrimenti si corre il rischio di cadere in tutte le trappole in cui è caduto il film, ovvero l’incapacità di mescolare due toni, due registri e due anime opposte tra loro che, anziché mescolarsi e fondersi, fluttuano separate e distinte in una distonia di emozioni e racconti che dà il senso di un’occasione persa.

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