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mercoledì, 22 ottobre, 2014 9:59

Pietra di pazienza, pietra di libertà

Due pareri di Echeion per voi sul film Come pietra paziente di Atiq Rahimi.

Come pietra pazienteVedere un film dopo aver letto il libro da cui è tratto si rivela spesso deludente, ma quando il regista del film è anche scrittore del libro l’esperienza diventa più interessante. Questo è il caso di Come pietra paziente di Atiq Rahimi, autore del libro Pietra di pazienza (Einaudi), vincitore del premio Goncourt 2008.

Rahimi, afgano, scrive il suo libro in francese, lingua che gli consente di infrangere i tabù della lingua materna, della cultura del suo paese. La scrittura scarna e diretta prende vita e colore nella trasposizione cinematografica, che addolcisce i passaggi più duri.

Una donna afgana come tante, costretta a mettere la propria vita in pericolo in una città in guerra, per salvare quella di un marito eroe, che “pensa solo alla propria anima”, decide di fare l’unica cosa in suo potere: parlare. La voce della donna che parla a un corpo immobile e incosciente diventa protagonista, il silenzio di una vita viene rotto, il tempo è fermo, i gesti si ripetono uguali, ma le parole no. Un’esistenza monotona, una stanza vuota, piccoli insetti di un mondo sommerso, tutto prende nuova vita.

Come-pietra-pazienteIl corpo immobile dell’uomo diventa Syngué Sabour, pietra paziente, la pietra nera della Mecca, a cui si affidano tutti i propri segreti, finché la pietra non si distruggerà in mille pezzi, così la donna sarà libera dai tormenti. Alla sua pietra paziente la donna affida ogni segreto, solo così inizia a sentirsi leggera e potente, parla dimenticando la vergogna dei segreti più reconditi, la pudicizia verso il sesso, confida le sue insoddisfazioni, il desiderio di un’intimità negata.

L’ocra, il rosso, il blu, il verde delle stoffe seducono gli occhi grazie alla splendida fotografia di Thierry Arbogast, che compone nature morte di rara bellezza (come il fagotto di melograni); l’atmosfera si fa sensuale nel crescendo del racconto. Il volto ambrato, incorniciato dai capelli corvini della protagonista Golshifteh Farahani (che abbiamo visto anche in Pollo alle prugne), spicca sui colori vividi della stanza vuota.

Un incontro inaspettato permette alla donna di far parlare di nuovo il proprio corpo, di appagare i desideri mai ascoltati da un marito sordo nel cuore. L’immobilità diventa così il contrappasso dell’eroe, costretto ad ascoltare il racconto di una vita d’amore frustrato e represso.

Il racconto non cade in vano, la pietra in frantumi rende la donna libera.

Benedetta Diamanti

locandina Come pietra pazienteCome Pietra Paziente è il nome del romanzo con cui Atiq Rahimi, scrittore afghano immigrato in Francia, ha vinto il premio Goncourt nel 2008. La fortuna tuttavia non ha smesso di arridere al giovane scrittore, in quanto nel 2012 il celebre sceneggiatore Jean-Claude Carrière gli ha proposto di collaborare per portare il libro su pellicola cinematografica. Detto fatto. Rahimi si è messo dietro la macchina da presa, Carrière ha rimodellato la trama del romanzo su una sceneggiatura e così Come Pietra Paziente è diventato presto anche un film.

Libro e film raccontano la storia di una giovane donna di Kabul (di cui non conosciamo il nome), alla quale la guerra ha lasciato il marito in coma. La donna, sola con le figlie, senza acqua potabile e con i combattimenti che imperversano fuori casa, comincia a parlare al marito in coma e a confessargli i propri pensieri, le proprie paure e infine i propri segreti. Questa singolare confessione avrà delle conseguenze inaspettate anche sul suo carattere e sulle sue scelte, tanto che la donna arriverà a mettere in discussione gli stessi dettami della religione islamica.

Inutile negarlo. Come Pietra Paziente è un film di qualità, un film che, grazie alla grande interpretazione della protagonista (Golshifteh Farahan) e alla realistica ricostruzione dell’universo afghano, porta lo spettatore occidentale alla scoperta di un mondo, quello della donna in Afghanistan, che prima aveva solo potuto immaginare.

scena filmPurtroppo però il film di Rahimi, pur dimostrando un certo coraggio nell’affrontare temi scabrosi, se non tabù nella cultura islamica quali il sesso e il tradimento femminile, inserisce sfaccettature, caratteristiche e dubbi più vicini alla cultura occidentale che non a quella islamica integralista; riuscendo quindi di sicuro a far immedesimare il pubblico europeo, ma perdendo molto in realismo e credibilità.

Le riflessioni del personaggio di Golshifteh Farahan sulla condizione della donna nel mondo islamico infatti, sembrano più quelle di una ragazza occidentale che si è trovata nelle vesti di una afghana, che quelle di una donna da sempre vissuta e cresciuta in un paese fondamentalista: il risultato è un po’ stonato e poco realistico. Una Separazione di Asghar Farhadi, bellissimo film iraniano del 2012, riusciva a trattare un argomento molto simile con molta più delicatezza e soprattutto senza strizzare l’occhio al pubblico europeo.

Ciò nonostante, Come Pietra Paziente è un film di valore, un film coraggioso che osa parlare di cose che fino ad ora pochi autori musulmani avevano toccato e che, ad ogni modo, dimostra come il cinema islamico-mediorientale sia sempre più una bella realtà del cinema contemporaneo.

Michele Chighizola

 

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