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sabato, 21 gennaio, 2017 2:05

Un Arlecchino che consola

Più che uno spettacolo, un happening ad alto tasso di improvvisazione. L’importante è non cadere dal palco, di Paolo Rossi, è una lezione di teatro sui generis, anarchica e senza struttura. Il comico di Monfalcone mescola cabaret e mistero buffo 2.0, passando per Molière, Cecchelin, Jannacci, Gaber, fino all’Otello. Entrando a piè pari nell’attualità, dal renzismo, all’Isis e a Charlie Hebdo.  Niente di nuovo. Vecchi pezzi resuscitati dagli anni ’90 vengono rimessi in scena insieme a nuovi testi. L’improvvisazione e la musica – arrangiamenti di Emanuele Dell’Aquila e Alex Orciari -  si mescolano a situazioni quotidiane senza logica. Tutto dal vivo.

Paolo Rossi rimane uno splendido ubriacone sessantenne. Un Arlecchino che dona conforto e consolazione. Con  l’obiettivo, in questi tempi pesanti, di vedere la vita in modo leggero, cerca armi, stili e modi diversi. Rimane la grinta, la passione. Ma la comicità è bonaria. «Oggi, la funzione del comico è quella di fare una rifondazione umoristica – riflette l’artista – porsi domande, più che dare risposte. E togliere le paure alla gente». Ma oggi questo è un compito difficilissimo. E in  particolare per la commedia dell’arte. Il pubblico di Novara ne ha dato dimostrazione. «Chi soffre d’insonnia?» Chiede l’artista ironizzando sui suoi disturbi. Il pubblico ammutolisce. L’imbarazzo è generale. Dalla platea qualcuno grida: «Forse stai facendo la domanda sbagliata?».

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L’umorismo è l’arte di trattare argomenti, anche seri e importanti, con sensibilità e umanità, senza troppo “prendersi sul serio”. Come diceva Goldoni, l’arte di non cadere dal palco. Ma fare dell’umorismo sulla precarietà della vita umana, sulla morte, sul senso religioso, sul capezzale di un moribondo non sempre è umorismo. D’altra parte quel gentiluomo francese chiamato Luigi XVI, mentre saliva i gradini che lo portavano alla ghigliottina, avendo inciampato in uno dei gradini, rivolgendosi alle guardie esclamò: «Dicono che inciampare porti sfortuna». Quel gentiluomo meritava che la sua testa venisse risparmiata. Non era certamente allegro.

Insomma, la comicità di Rossi non è sufficientemente tragica. Poca gravitas. Molta levitas. La vita è una cosa serissima. I Greci dell’età classica ad esempio, lo avevano capito. I greci avvertivano profondamente e coltivavano il senso tragico della vita. Prima con Eschilo, poi con Sofocle. Infine, con Euripide e Aristofane, dando impulso alla commedia. Ma con la morte della tragedia, diceva Nietzsche: «C’è stato un enorme vuoto. I poeti tragici sono scomparsi è quindi scomparsa la stessa poesia e chi voleva fare poesia all’epoca avrebbe dovuto andare nell’Ade, per raccattare gli ultimi rimasugli di poesia dei suoi Maestri».

Questo vuoto è ancora presente nella commedia dell’arte. E in questo vuoto, Paolo Rossi cerca  i suoi maestri con viaggi low cost. Se dobbiamo rifondare l’umorismo, questo non basta. L’Ade non è una vacanza. Abitare i suoi inferni e i paradisi significa conoscerne i gironi, camminarci con sobrietà atletica. E se si cade dal palco, non è un problema.

Giuseppe Passalacqua

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