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lunedì, 21 agosto, 2017 12:07

Una voce fuori dal coro

Don GiovanniStendere una critica del Don Giovanni di Filippo Timi è un’impresa che rischia fortemente di cedere alla tentazione di scadere nel qualunquismo dilagante che vediamo oggi avvolgere La Grande Bellezza o ieri Checco Zalone, dopo aver visto i quali tutti sono improvvisamente diventati registi e comici internazionali.

Il Don Giovanni di Timi è stato tra gli spettacoli più visti in Italia nel 2013, e quest’anno, tornato con due settimane di repliche, continua a colmare e strabordare le poltrone del Parenti. Non solo, non passano mai più di dieci minuti che lo spettacolo è sempre interrotto da ovazioni del pubblico. Uscito dalla sala, senza snobismo e in punta di piedi, mi sono chiesto perché.

«Tutta vita, Leporello, tutta vita!»

Lo spettacolo è una benedizione dell’immensa varietà della vita. La nostra vita. La varietà degli istinti e quindi delle coppie: amori libertini, sadomaso, omosessuali. Sullo sfondo, si alterna la volta michelangiolesca della Cappella Sistina a video demenziali di You Tube. Pavarotti e la dance. Vestiti meravigliosamente variopinti in una cornice elettronica.

Si passa dal melodrammatico al trash. Tutto ciò che il pubblico ama, se lo ritrova sulla bocca, nei gesti, nei costumi, nella scenografia. Si ha l’impressione che i ruoli si siano ribaltati, non siamo più noi che sediamo ad ascoltare, ma è chi recita a regalarci noi stessi ripercorrendo la geografia della nostra varietà.

Rocco e TimiTeatri pieni e pubblico coinvolto. Verrebbe da gridare alla rivoluzione!

Verrebbe, perché tutta la varietà dello spettacolo è tenuta insieme solo ed esclusivamente da un elemento: Filippo Timi. La varietà popolare è in realtà la varietà di Timi. Cambia i registri, esce ed entra nel personaggio a suo piacimento. Accenna dei passi di hip hop e gli spalti sono in delirio, per non parlare di quando si esibisce in uno spogliarello e ci regala una cartolina delle sue natiche.

Non è l’invidia che sottende a queste mie parole, ma piuttosto la perplessità di vedere tre ore di gag raramente brillanti, giustificate solo dal bacio del talento di Timi. La varietà della vita finisce così per inciampare in più momenti nella banalità del già visto, tanto che in certi scambi di battute sembra di rivedere un cinepanettone. Ma anche quelli riempivano i cinema, no?

Non invidio né rimprovero chi, innamoratosi di questo Don Filippo, penda dalle sue labbra, ma privo di tale venerazione mi sento, azzardando un paragone mondano degno del Don Giovanni, escluso dalla sua festa.

Lorenzo Ponte

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