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martedì, 22 agosto, 2017 1:35

Vertigo, un film da capogiro

«In Vertigo, proprio come nella fotografia e nel film, il negativo è l’originale, e il positivo la contraffazione.» V. Stoichita

VertigoDakNominato “miglior film di tutti i tempi”, rubando il titolo che dal 1962 era appartenuto a Quarto potere di Orson Welles, Vertigo di Alfred Hitchcock è stato restaurato in occasione del Festival di Cannes di quest’anno e riproiettato per pochi giorni nelle sale a fine ottobre.

Nel film, la cui protagonista è appunto la vertigine, è fin da subito fondamentale il ruolo dello spettatore che è inizialmente portato alla piena identificazione con il personaggio maschile, l’ex detective Scottie (un eccellente James Stewart), ritiratosi dalla polizia dopo la morte di un collega, causata accidentalmente da un suo attacco di acrofobia.

Tutto ci viene perciò presentato attraverso i suoi occhi grazie all’abile uso delle soggettive e degli zoom simultanei in più direzioni, perfetti nel ricreare quell’inquietante senso di vertigine da cui è affetto.

Quando gli viene chiesto da un suo vecchio compagno di college, Elster, di seguire la moglie Medeleine (una bellissima Kim Novak) che si crede posseduta dalla bisnonna, ricerchiamo quindi insieme a lui gli indizi per venire a capo della vicenda e assistiamo partecipi all’innamoramento dell’uomo che riesce a impedirle il suicidio.

Infine ci disperiamo davanti alla sua impossibilità di salvarla nuovamente, quando si butta dalla torre di una missione spagnola: la vertigine colpisce anche noi che come Scottie non possiamo arrivare fino alla cima per assistere all’accaduto. Siamo colti poi dal suo senso di colpa, dalla disperazione per l’aver perso la donna amata e come lui la rivediamo nei volti di tutte le donne, fino all’incontro con Judy che davvero è identica a Medeleine.

VertigoE mentre l’uomo cerca morbosamente di farla vestire e pettinare come la ragazza che conosceva, noi scopriamo la verità attraverso un flashback: Judy è stata pagata da Elster per impersonare sua moglie e permettere all’uomo di ucciderla ed ereditarne il patrimonio.

La nostra sorpresa si trasforma perciò nella suspense dell’attesa che anche Scottie risolva i suoi problemi percettivi e scopra tutte le menzogne di cui è stato vittima.

Questa dicotomia tra finzione e realtà emerge prepotentemente fin dall’inizio, attraverso i due colori dominanti del film, il rosso e il verde, ma Scottie appare affetto da un daltonismo che non gli permette di comprendere di essere una pedina in questo gioco fatto di manipolazioni.

Nel finale assistiamo però alla sua completa guarigione, anche se il prezzo da pagare sarà il più alto e comporterà la perdita della donna amata una volta per tutte. Hitchcock firma così un film da capogiro, un capolavoro assolutamente da non perdere.

Roberta Ravelli

 

 

 

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