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sabato, 19 agosto, 2017 2:49

Domande da un milione di dollari

who_wants_to_be_a_millionaireDietro a un grande programma di successo, c’è sempre una mente geniale. Chi vuol essere milionario è uno dei quiz televisivi più amati. Fin dal 1998 quando venne inventato in Inghilterra, il gioco ha appassionato milioni di spettatori, influenzando presto altri paesi: ne esistono 100 versioni nazionali.

Che cosa attira l’interesse del pubblico? Cosa tiene incollati i telespettatori davanti alla tv fino alla fine del gioco? Sicuramente la curiosità di vedere se il concorrente riuscirà ad arrivare alla domanda da un milione di dollari, ma soprattutto la natura intrigante dei quesiti posti. Davanti allo schermo un po’ tutti ci mettiamo alla prova, cercando di capire se siamo in grado di rispondere, analizzando il nostro livello di preparazione e, alle domande più ostiche o a quelle in cui siamo incerti della risposta, ascoltiamo pazienti i ragionamenti del giocatore fino a scoprire la risposta giusta.

Ma come si fa a trovare materiale sempre nuovo per le domande e curiosità che nessuno sa? È necessaria una buona dose di creatività, spiega David Levinson Wilk, che è stato per nove anni l’autore televisivo del quiz statunitense. In un’intervista per il New York Times rivela alcuni trucchi per la riuscita di un programma così seguito dal pubblico americano e non solo. quizLevinson Wilk confessa che per la creazione delle famose “domande impossibili” spesso ricorrono ai motori di ricerca come google, sfruttando la funzione autocomplete: «Le formule “l’unica città che” oppure “il secondo classificato in”, per esempio, sono utili per cercare stimoli e risposte alle quali costruire attorno una domanda». Inoltre per riuscire ad articolare domande così particolari bisogna padroneggiare tutti gli argomenti e sfruttarli, avere quindi un vastissimo repertorio di cultura generale e «un piccolo set di fatti strani in un cassetto della propria mente».

Prima della passione per i quiz televisivi, Levinson Wilk nasce come creatore di cruciverba. Ai tempi del college si rese conto di essere in grado di realizzare parole crociate e decise di mandarle al New York Times, che notando il suo grande talento iniziò a pubblicarle. Negli anni il suo impiego lo ha coinvolto molto e confessa che tutt’oggi leggendo il giornale continua ad avere dei rimandi e collegamenti con il suo lavoro: «Mi è successo l’altro giorno quando ho letto di come nel 1999 un solo parlamentare statunitense votò contro l’attribuzione di un’ importante onorificenza a Rosa Parks. La risposta? Ron Paul. Se “solo” l’avessi scoperto prima, ci avrei scritto una domanda per il programma».

 Daniela Solito

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