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sabato, 21 gennaio, 2017 8:31

“Nativi digitali”: un termine impreciso

L’espressione nativi digitali (spesso abbreviato in Nd) ha indicato la generazione di chi è nato e cresciuto in corrispondenza della diffusione delle nuove tecnologie informatiche (computer, internet, telefoni cellulari e mp3), generalmente persone nate ( negli USA ) dal 1985. Si tratta di persone che non hanno avuto alcuna difficoltà a imparare l’uso di questi dispositivi in quanto il nativo digitale cresce in una società multischermo e considera le tecnologie come un elemento naturale non provando nessun disagio nell’interagire con esse. L’espressione viene dall’ inglese digital native, in cui si sono accostati due elementi: digital che significa “relativo ai mezzi informatici”; e native, che significa “nativo, indigeno”.

I sociologi stanno discutendo delle implicazioni di questa situazione che si è venuta a creare per le nuove generazioni. Non tutti sono d’accordo con la terminologia utilizzata e con le ipotesi e relative conseguenze che ne derivano. Per esempio non tutti concordano sul fatto che i bambini e i giovani (che sono per la loro età nativi digitali) abbiano una maggior dimestichezza con la tecnologia a differenza degli adulti che sarebbero più maldestri. Infatti si deve giustamente ricordare che l’universo digitale è stato creato dagli immigrati digitali, ovvero quelle persone che, quando queste tecnologie si sono diffuse, erano già adulte e hanno (o dovrebbero avere) avuto maggiore difficoltà ad impadronirsi della conoscenza e dell’uso di questi nuovi mezzi.

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La ricercatrice della New York University Danah Boyd ha svolto un’inchiesta per ricostruire il rapporto tra i ragazzi con pc e smartphone, restituendo un’immagine lontana anni luce da quella preoccupata dei media tradizionali. Danah sostiene che il modo in cui i media mainstream raccontano la nuova cultura digitale non è corretto e questo perché hanno paura di ciò che non capiscono. In particolare, quando si tratta di giovani, la paura fa vendere e ottiene l’attenzione delle persone. Dai suoi studi inoltre ha constatato che i ragazzi sono molto più interessati a incontrarsi di persona mentre fuggono dagli adulti attraverso smartphone e tablet. Per quanto concerne invece il cyber bullismo essa afferma che viviamo in una società dove meschinità e crudeltà sono uno sport normale.

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Dai reality show televisivi alle notizie politiche al modo in cui gli adulti si parlano, abbiamo imparato ad accettare l’aggressività come una parte normale della vita quotidiana. Quel che fanno i teenager è solo emulare questi comportamenti che esistono on e off line. Marco Albanese suggerisce che molto dipende dal contesto sociale nel quale ognuno di noi si trova. I nativi digitali utilizzano tranquillamente le nuove tecnologie informatiche solo perché ne sono immersi sin dalla nascita, tutto lascia pensare che se si trovassero in una realtà differente circondati da altri oggetti e necessità imparerebbero le attività che la società suggerisce loro.

Continuando a pensare che i ragazzi sappiano muoversi abilmente nella rete, senza che nessuno di noi muova un dito per insegnargli cosa voglia dire usare correttamente questi mezzi, non si farà altro che condannarli ad affondare inesorabilmente. I bambini e i giovani hanno bisogno di essere guidati. Risulta fondamentale lavorare anche sul concetto di digital citizenship, la cittadinanza digitale: esprimere sé stessi attraverso la rete, rispettando gli altri, usando i mezzi a disposizione in maniera consapevole e critica.

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