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giovedì, 17 agosto, 2017 10:10

Se nel 2014 non diamo più peso alla bellezza

Se nel 2014 non diamo più peso alla bellezza

“L’umanità può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perchè non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui”
Fëdor Dostoevskij

Questi primi 14 anni di XXIesimo secolo ci hanno fatto sobbalzare abbastanza. Tra 11 Settembre, crisi finanziarie e Primavere Arabe la cifra di questi anni sembra essere stata il sopraggiungere di un’instabilità costitutiva, connotante sia il mondo intero a livello “macro” sia l’esistenza di ciascuno di noi. Questo crollo di certezze, che secondo alcuni va naturalmente a braccetto con la globalizzazione, fa sì che ognuno si trovi bersagliato da un’enormità di input in continua sovrapposizione. Ci viene richiesto di collezionare skills sempre nuove e mai sufficienti, mentre i nostri valori e punti di vista subiscono una progressiva relativizzazione che ancora non si sa dove potrà portare.

Ne consegue un sostanziale caos decisionale e comportamentale, che fa sì che l’ uomo 2.0 finisca per ritrovarsi una creatura “spersa”, un individuo diviso tra le intimazioni di chi lo vuole monade e chi capobranco. La prima vittima di un tale eccesso di modelli è certamente la bellezza e -ne consegue- la sua ricerca.

gdasso

Non mi riferisco alla bellezza “consumistica” del vorace, onnipresente consumatore occidentale, sebbene questa sia la prima che venga alla mente, ma semmai a una bellezza genuina, senz’etichetta e soprattutto incontrollabile. La bellezza, quella vera, è gratuita. Arriva quando arriva. E qua sta l’inghippo: una società ormai ossessionata dal controllo, tanto da coniare termini come “personal plan”, organizzare corsi per acuire le nostre capacità mnemoniche, costruire aggeggi che massimizzino la reperibilità di ogni individuo, una società del genere non inserisce nella propria equazione di sistema la variabile dell’ “imprevisto”, dell’ “inaspettato”. Non intendo soffermarmi sulle conseguenze perniciose di tutto ciò: si leggano a proposito i libri di Nassim Nicholas Taleb.

La cosa più difficile- ma anche per alcuni il fine ultimo- della vita umana, è cercare di imparare via via a fingere di riuscire a prendere le cose con leggerezza, come se gli eventi esterni nulla contassero e di fronte ad essi restassimo, magicamente, impermeabili. Il punto è che così facendo si gioca a smettere di essere umani, come se questo fosse possibile. Il pungolo della bellezza è talmente subdolo da vincere facilmente questa nostra (auto-imposta?) impermeabilità. E questa verità va riconosciuta, come più volte è stato fatto nel corso della storia dell’uomo, dal “Trattato sul Sublime” ai Romantici: persone che dedicavano poesie alla sera e riconoscevano in quest’apertura al Bello la cifra del sentire umano.

Ora sembra che tutto questo sia venuto meno, almeno in certi contesti. Peggio! Sembra che le persone non ci facciano più caso, in barba a Hessel, che definiva la bellezza “una benedizione”. Sono coloro che antepongono una presunta etica del dovere (in realtà una chiamata alla performatività, che scimmiotta alla lontana il ben più elaborato antecedente stoico) a un bien vivre che non è scriteriato edonismo – altra tendenza stradominante in questi anni, e sfociante in derive autolesionistiche sempre rinnovantesi- ma semmai quello che Rilke, nei “Sonetti a Orfeo”, definiva un’ “apertura all’aperto”. Un donarsi agli spunti che arrivano dall’esterno, senza peraltro perdere il controllo (come nell’edonismo di cui sopra), ma neanche doversi sottomettere ad esso (come vorrebbero certi dettami della società odierna).

viandante 2.0

“La Bellezza salverà il mondo”, diceva il principe Mishkin nell’”Idiota”. Sarà! Intanto ci guardiamo attorno e vediamo persone smanettare al telefono per mettere like alle foto di un tramonto, quando magari ne hanno sotto gli occhi uno dieci volte migliore. Vediamo la creatività intesa come una minaccia, come qualcosa di pericoloso, e dunque da escludere. Vediamo persone parlare cinicamente della loro vita professionale, del compitino che li attende la settimana dopo, e mai di un’emozione, di un brivido. Vediamo insomma torme di gente emozionalmente in standby, volutamente silenti.

La coltivazione del gusto, l’apprezzamento dell’eleganza, il riconoscimento del valore (potenziale o attuale, ma certo non sempre economicamente quantificabile) di ogni cosa che ci circonda, queste divengono allora le vere skills che differenziano la persona valente, umanamente singolare, dai primi della classe e dagli squali con conti in banca a sette zeri. Queste qualità, per cui non esiste un corso di laurea, uno stage o un dottorato, rimangono dunque il vero viatico al riconoscimento mondano, transeunte ma ancora oggi inseguito. Il sistema attuale non le prevede, tantomeno le gratifica: peggio per noi! Finchè preferiremo la disattenzione al rapimento, la memorizzazione alla comprensione, insomma, la sicura mediocrità (non parlo volutamente di bruttezza, dato che anch’essa, a suo modo, riesce a distinguersi) alla libertà della bellezza, come poter anche solo concepire uno sviluppo (sostenibile)?

In copertina: Edward Hopper, “Morning Sun (Sole del mattino)”, 1952, Olio su tela, 71,44×101,93 cm. Columbus Museum of Art, Ohio

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