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sabato, 24 giugno, 2017 7:14

Tiziano Bonini ripercorre l’archeologia dell’hipster

hipster2 Tiziano Bonini è ricercatore in Linguaggi dell’Arte e dello Spettacolo all’Università IULM di Milano, dove insegna Comunicazione radiofonica, nel suo nuovo libro Hipster cerca di dare risposta alle innumerevoli domande che sorgono nei confronti di questo fenomeno: chi è? Perché è tanto odiato? È una sottocultura?

Bonini «compie un’archeologia del termine “Hipster”, un viaggio a ritroso nel tempo per capire da dove viene questa parola, cosa significava alle origini, perché è così importante e perché non è solo un epiteto dispregiativo per definire giovani bianchi barbuti, dotati di baffi e montature di occhiali spesse che pedalano su bici a scatto fisso mentre ascoltano musica con cuffie giganti»: ecco come definisce il percorso di Bonini il sito Doppiozero.

Per definire l’hipster Bonini ci propone alcuni suoi tratti distintivi: l’hipster è un giovane anticonformista e radicale, tendenzialmente implicato in lavori creativi, che si presenta con baffi e barba molto lunghi, grandi occhiali e vestiti corti e stretti. Lo si può riconoscere dalla sua passione per le vecchie biciclette, la musica e i mobili d’epoca, per le birre artigianali e i cibi bio: «L’hipster di oggi vorrebbe essere un’anticonformista ma non ci riesce, perché cresciuto negli anni 80, sublima la sua ribellione attraverso dolcevita, il consumo di musica e film indipendenti, oggetti di design unici, riviste underground», commenta Bonini.

L’idea, che accomuna l’hipster agli skinheads degli anni 60 e ai punk degli anni 80, è quella di voler uscire dal proprio destino sociale attraverso atti di resistenza contro lo status quo. Ma quando questo destino sociale è inesistente, quando le classi sociali di un tempo sono un fantasma, quando la disoccupazione giovanile sfiora livelli spaventosi, cosa accade? hipster-style

Succede, scrive Bonini, che «una classe intellettuale aspira a privilegi estetici e materiali che la condizione del mercato del lavoro globale non può garantire». Ed ecco spiegato chi è l’hipster di oggi: è colui che non ce la fa, che si ferma nel mezzo del passaggio di status senza riuscire a completarlo.

La parola hipster, ci ricorda l’autore di questo saggio, ha avuto il suo picco di uso nelle ricerche di Google attorno al 2010. Oggi «il fenomeno è vecchio, stabile, diffuso ed è pronto a essere sussunto, come tutti gli altri stili precedenti». Non per questo la patologia sociale dell’hipster scomparirebbe con il declino della parola, e neppure tagliandosi le lunghe barbe ottocentesche.

Forse, sostiene Bonini, un «reddito di cittadinanza» sottrarrebbe le prossime generazioni ai lavori creativi sottopagati; forse «accettarsi per quello che si è, smettere di desiderare di salire o scendere le scale di una società senza più scale» potrebbe aiutare.

Lorenza Giovanardi

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