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giovedì, 24 agosto, 2017 5:23

Cosa sono i “Pollution Havens” (e perchè ci forniscono un utile esempio)?

pollution-havensI cosiddetti Pollution Havens (“rifugi per l’inquinamento”) sono quei paesi che, per attirare investimenti stranieri o invogliare le grandi multinazionali occidentali a istallarsi sul loro territorio, prevedono standard ecologico-ambientali volontariamente bassi, così da ridurre i costi di produzione delle imprese medesime. Ovviamente, se oltre alla riduzione del costo produttivo si tenesse di conto anche dei maggiori costi in termini di inquinamento e di riduzione della qualità della vita, dell’aumento della disoccupazione dei paesi d’origine dovuta alla delocalizzazione ecc.ecc. si farebbe presto a scoprire che una politica del genere è particolarmente inefficiente a livello globale. Nondimeno, il fenomeno è diffuso e può servirci da esempio per comprendere come mai anche altri macrosettori, quali il commercio, la finanza e la politica estera internazionali, funzionino oggigiorno così male.

Ma restiamo un attimo sui pollution havens. A quest’etichetta se ne accompagnano tradizionalmente altre tre (e mi perdonino i non anglofoni) che descrivono fenomeni che ulteriormente aggravano il panorama internazionale. La “conseguenza” diretta dell’esistenza dei pollution havens è il cosiddetto Industrial Flight: le multinazionali, accortesi della convenienza di spostarsi altrove (e sempre che non si riveli troppo costoso in termini di distribuzione, reperimento del capitale umano [odioso termine] ecc.ecc.) dovuta a standard ambientali più generosi, prendono e se ne vanno.

inquinamentoEcco che si innesca allora una sorta di pernicioso effetto domino: i paesi d’origine, specie quelli che dipendono in misura particolare da una certa industria, adottano misure di Regulatory Chill: potendo alzare il livello dei loro standard ambientali, non lo fanno per paura di perdere le proprie imprese. Non solo: di solito a tale permissivismo regolativo si accompagnano favori politici e fiscali, specie se l’impresa fornisce occupazione o funge un po’ da “bandiera” di un certo paese (i paralleli italiani sono facili a immaginarsi). Giocando su questo, le imprese più grosse adottano dei double standards: le loro politiche ambientali interne, ma anche il rispetto della condizione dei lavoratori, sono diverse da paese a paese: saranno più stringenti nei paesi meno permissivi e viceversa. L’esempio storico più noto a sostegno dell’esistenza dei pollution havens è quello che vide il presidente della Corea del Sud, a metà degli anni 70, dichiarare pubblicamente che si era accordato col Giappone per prendersi tutti i suoi rifiuti e trattarli al posto suo.

Prima di procedere, un paio di considerazioni:

1- Grazie all’effetto domino descritto sopra si genera una spirale che porta agli scenari meno virtuosi possibili, dove cioè chi potrebbe fare il bene fa il male per paura di come potrebbero reagire gli altri e di perdere i vantaggi che già detiene (quella che gli anglosassoni chiamano Race to the Bottom). Ecco, in Italia quasi tutti i settori, dalla politica all’istruzione, rivelano immense races to the bottom.

2- Tale fenomeno inibisce le innovazioni e accentra il movimento di denaro nelle aree peggiori del sistema. In altre parole, crea “ingessature” economiche e decisionali dove i vantaggi sono accentrati nelle mani di pochi (sostanzialmente la classe politica e le multinazionali) a scapito degli altri. Di nuovo, si pensi all’Italia (e non solo…).

3- Le differenze da paese a paese creano spiragli per arbitraggio e speculazione (chi studia finanza sa di che parlo). Banalmente, se tutti i paesi si mettessero d’accordo a livello internazionale per adottare standard comuni (e sperabilmente elevati), con l’aggiunta di sanzioni per chi non si conforma e incentivi per chi si dimostra virtuoso, tutti i paesi avrebbero una situazione ambientale migliore e si potrebbero concentrare sullo sviluppo di industrie eco-friendly creando occupazione, spazio per la ricerca e generando benefici dovunque. Tutto questo, lo riconosco, è utopia pura.

problema-pollution-havensPassiamo ora ad altri ambiti. La finanza è la prima a venirmi in mente. È grazie ai double standard e a queste impasse decisionali che non verrà mai approvata una Tobin Tax, che esistono i paradisi fiscali, che le banche d’ investimento possono contare sui bailout ( e i loro dipendenti scommettere fortune su variazioni di prezzo di pochi centesimi e poter restarsene tranquilli anche se queste scommesse le perdono). In ambito commerciale gli Stati Uniti possono ancora permettersi di favorire il proprio settore agricolo garantendo sussidi alle imprese e facendo concorrenza a basso costo a paesi che sull’agricoltura ci campano. È per questo che il Doha Round, in seno al WTO, vale a dire la più grande negoziazione a livello commerciale in ambito internazionale, è ferma da dieci anni e sempre gli Stati Uniti offrono “mazzette” di centinaia di milioni di dollari a grandi stati come il Brasile per lasciare le cose immutate. Ricordo che l’aumento del prezzo delle commodity può far morire di fame in poco tempo milioni di persone e per alcuni è la causa alla base delle Primavere Arabe.

Infine, la politica internazionale. Perchè quando c’è stato da intervenire in Siria o ricostruire la Libia le grandi potenze hanno fatto dietrofront? Qua (ultimi termini British, lo prometto) si assiste ai fenomeni della Collective Action e del Free Riding, ovvero, sapendo che intervenire in un altro paese comporta costi certi nel breve periodo e benefici incerti nel lungo, nessuno vuole essere il primo a impegnarsi in tal senso e tutti contano che qualcun altro faccia la prima mossa e si accolli la gran parte della spese. Chiaro che poi converrebbe a tutti (pardon, a tutti fuorchè all’industria degli armamenti e alle cellule terroristiche) che ci fosse pace in certe aree, per garantire l’approvvigionamento di petrolio e la stabilità geopolitica. Se tutti si mettessero d’accordo per intervenire all’unisono eviteremmo una miriade di storture. Ma andateglielo a spiegare.

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