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giovedì, 17 agosto, 2017 11:25

Just like a pasta fazool: l’Italia fuori d’Italia

musica-italiana-al-esteroSoltanto pistole e spaghetti? Dio solo sa cosa risponderebbe Sergio Leone.

Certo è che la musica pop straniera ha avuto il suo bel daffare a diffondere immagini inedite del Bel-non a caso-paese: dolcevita, moda, mafia, mandolini e pizza a gogò. Quello che ti aspetti è un gessato bianco con borsalino ai tavolini di un ristorante La Carbonara qualsiasi, il mare, le stelle, cantare…oh oh ooh ooh.

Sin dall’Ottocento la musica è stata un brand centrale del Made in Italy, che toccò vette impensate quando Caruso lasciò le arie per la canzonetta con Torna a Surriento, Funiculì Funiculà e Te Voglio Bene Assai. Composizioni che dilagando nel jet set internazionale fecero della lingua italiana (e della sua cultura) un’icona; chi non ricorda It’s Now Or Never, l’Elvisiana versione di ‘O Sole Mio incisa nel 1960?

Il brano partenopeo piacque anche nel dopoguerra, le mescolanze swingate Tu Vuo’ Fa’ l’americano e Maruzzella di Renato Carosone videro la Carnegie Hall di New York, Volare entrò nel repertorio di Bobby Rydell a Ella Fitzgerald.

Ma i veri ambasciatori italiani nel mondo sono gli stranieri che cantano nella nostra lingua: sulla scia delle Kessler e Paul Anka o, prima ancora, dei crooner statunitensi figli di immigrati come Vic Damone, Dean Martin, Frank Sinatra, dimostreranno evidente simpatia, ora come allora  il francese di origini spagnole Manu Chao, con l’album La Radiolina, i Backstreet Boys con Non puoi lasciarmi così o la scelta di Bertolucci, il più cosmopolita tra i cineasti di casa nostra, di inserire nella colonna sonora di Io e te la versione italiana di Space Oddity di Bowie, Ragazzo solo, ragazza sola uscita nel 1970.

cultura-italiana-all'esteroTesti in una lingua spesso infarcita di imprecisioni e pseudoitalianismi, tessere lessicali che colano e solidificano in clichés provenienti dalla pubblicistica più trita, in positivo e in negativo: sentimentalismo romantico, cibo, criminalità organizzata. Perdurano il binomio amore-gastronomia (zucchini, tuttifrutti, macaroni pizza), l’associazione della famiglia mafiosa (rinverdita da serie tv come The Sopranos) con la lirica, spesso con intenti di denuncia sociale, i luoghi standardizzati del turismo da cartolina (la Venezia malinconica, la tarantella napoletana, il Chianti delle campagne toscane, la dolcevita romana). In Bohemian Rapsody dei Queen troviamo una sequenza in chiave di falsetto («Galileo, Figaro, Magnifico»); frequente Dante, citato alla lettera dal gruppo metal norvegese degli Ancient in At the Infernal Portal. Ma il luogo comune più piacevole è quello dell’Italia patria di donne bellissime, nel solco delle ragazze evocate da Rod Stewart in Italian Girls.

Italianità linguistica che allude immediatamente a italianità culturale; stereotipata, dalla forte carica connotativa, ma più immaginaria che reale, dopotutto.

Chissà cosa direbbe il grande Sergio, lui che ha fatto così tanto per l’Italia. Forse ci regalerebbe uno degli splendidi silenzi che hanno fatto la storia del suo cinema, che parlano da sé. O forse ci stupirebbe, invitandoci a provarlo, una volta tanto, uno di quei La Carbonara, ordinare del vino, guardare la luna e scoprire se ammicca davvero come una gigantesca fetta di pizza.

Una proposta che non si potrà rifiutare.

Veronica Talone

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