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sabato, 19 agosto, 2017 7:03

La musica etnica tra folklore e modernità

musica etnicaLe fasi più importanti della vita di un individuo sono percorse dalla musica. In Africa da tempi remoti la musica accompagna cerimonie religiose, avvenimenti nei villaggi sperduti e nascosti dalle immense foreste, ma anche in Australia, Sudamerica, Medioriente. Come la high culture ha i suoi modelli musicali d’avanguardia, e la società di massa con le sue logiche di consumo verte verso il rock-pop a seconda di controcultura o mainstream, anche il folklore ha la sua sfera d’azione: la musica etnica. L’espressione stessa identifica ritmi al di fuori di schemi standard, riconducibili a una precisa etnia, si tratti della musica tradizionale di tali paesi o di pop music occidentale con contaminazioni extraeuropee (Paul Simon caposcuola con l’album Graceland).

Il rock stesso è figlio dell’incontro tra anima nera e musica bianca, dunque etnico da sé. Al contempo ha attinto a piene mani dalla musica orientale (consiglio l’ascolto dei Pogues, in particolare Rum, Sodomy & The Lash) insieme alla psichedelia, il post-punk, il new wave, codificando alla metà degli anni Ottanta la cosiddetta world music. Artisti hanno spesso raccontato di esserne stati influenzati. Shakira, passato da zeppeliniana e policiana, nei suoi primi dischi Pies descalzos e Donde estan los ladrones?, Frank Zappa la citava tra le innumerevoli fonti d’ispirazione.

Un panorama estremamente ampio e ricco di sfumature, ma iniziamo da due orizzonti neanche troppo lontani, seppur alternativi.

Lui mescola folk balcanico ed elettronica, sonorità fragorose, altre solenni, toccanti, ma ha cominciato con il rock: «Era un modo per esprimere il malcontento senza finire in galera», racconta Goran Bregović. «La mia musica? È una miscela, nasce da una terra misteriosa dove si incrociano tre culture: ortodossa, cattolica e musulmana». È una miscela che fonde jazz, tanghi e ritmi slavi, suggestioni turche e vocalità bulgara, polifonie sacre. Lo spettacolo dei suoi concerti non nasce da effetti speciali, ma dai musicisti sul palco. Un cocktail che dà alla testa, in effetti.

AgricantusLoro sono la più accreditata formazione italiana di world music. Un repertorio che attinge dalle periferie del mondo, ma anche dalle musiche del Mediterraneo, dalla taranta e dal folk nordafricano: tradizioni scomposte e reinventate. Nascono così i lavori dei siciliani Agricantus Viaggiari o l’ambizioso Tuareg, registrato nel deserto del Mali con musicisti nomadi e aggiudicatosi il Premio Tenco, Kaleidos, suggestivo esperimento di dialogo con la musica classica o Ethnosphere.

Ma un nome e la capacità di divertire unita alla tradizione non bastano per fare di un album un buon album. Non stupisce, nel nostro mondo senza confini, che diverse culture vengano in contatto, ciò che preoccupa è che questa tendenza alla globalizzazione della musica potrebbe coincidere con una svalutazione delle singole tradizioni, dei loro significati di denuncia e identificazione. Bregović è quasi un simbolo della Bosnia multietnica, eppure rassegnato: «È molto romantico pensare che noi artisti possiamo cambiare le cose. Purtroppo però, la storia della Jugoslavia la fanno i soldati, non i musicisti».

Più facile cambiare la storia della musica. Magari lanciando uno stile nuovo e facendo conoscere una cultura che molti ricordano soltanto dai libri di scuola.

Veronica Talone

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