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“Non ho paura di morire, la mia voce sbiadita canta d’amore”: Jeff Buckley, l’uomo che ha assistito al suo funerale

19 novembre 2013 Musica

Jeff BuckleyMaggio ’97: mentre sta andando a registrare Jeff si ferma con il furgone sulle rive del Wolf River, affluente del Mississippi, e vi si immerge. Non ne esce più. Qualcuno giura di averlo sentito fischiettare Whole Lotta Love, dei Led Zeppelin, altri Forget Her, struggente melodia a una donna da dimenticare.

Con un solo disco, Grace, Jeff Buckley si era guadagnato l’immortalità, ma il fato, frutto di un’eredità malevola, tramava nell’ombra. Un padre e un figlio, un genio e un talento che avrebbe voluto esserlo, ma che ha il pregio di aver evitato che la sua arte si imbalsamasse nel cognome. Un compositore, Tim, e un interprete, Jeff, le cui capacità di scrittura e arrangiamento erano tutto sommato modeste ma che rendeva oro tutto ciò che toccava con le sue corde, angeliche e urticanti. Due morti precoci, tre cerimonie funebri.

Il 29 giugno 1975 Tim Buckley ha ventotto anni e il peso di una carriera incredibile sulle spalle. Quando giorni dopo si celebra il funerale, suo figlio ha solo 9 anni e la madre, abbandonata ancora incinta, decide di non andare: «Non eravamo stati invitati. Ed è tutto». Tutta l’arte di Jeff Buckley combatterà con quest’assenza, una ferita che nulla potrà sanare. Nel ’90 si trasferisce a New York, vuole vivere il Village; è il 26 aprile del ’91 quando partecipa a un concerto in memoria di Tim, nella chiesa di St. Ann di Brooklyn, ed è qui che assisterà al suo funerale.

Tim BuckleyAscoltate la sua cover di Hallelujah, una spiritualità fatta di carne e ossa che bruciano e soffrono, alla strenua ricerca di un sollievo. In quella chiesa Jeff suona anche, dirà che è un congedo: «Mi infastidiva non esser stato presente al suo funerale, non sarei mai più stato in grado di dirgli qualcosa». Nel finale gli si rompe la chitarra e finisce di cantare solo, senza musica. Spettrale, funereo. Esce da quell’esperienza cambiato, come chi ha oltrepassato la morte, pronto per Grace, album di una persona che aspetta di morire ma che nonostante tutto ha una dannata voglia di vivere, che piace da impazzire alle donne, ama la musica e suonare all’East Village. Sente che l’equilibrio per lui non significa altro che vivere un giorno in più. Significa che la morte è lì che ti guarda, Jeff, non devi aver paura di lei. Ma sarà tutto inutile, anche se non la cerchi, lei verrà lo stesso a reclamarti, volente o nolente.

«C’è la luna che chiede di restare / abbastanza a lungo da permettere alle nuvole di farmi volare via / bene, è giunto il momento per me di andare». Buckley si ferma, poi sibila, sofferente «I’m not afraid to go / but it goes so slow». Non serve altro, è il non plus ultra. Di fronte a questo monumento, gli altri brani non possono far altro che abbassare la testa. Da quel momento in poi c’è un’ansia che lo divora in quello scrivere, registrare, suonare, ha fretta, Jeff vuole farlo a Memphis, lì dove tutto era iniziato.

Maggio ’97, mentre sta andando a registrare, si ferma con il furgone sulle rive del Wolf River e vi si immerge. Non ne esce più. Anche il terzo funerale si celebra in St. Ann a Brooklyn. Ma Jeff se n’era andato prima, facendola in barba anche alla morte.

Veronica Talone

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