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lunedì, 26 giugno, 2017 2:04

Parametro Zero

Zero e Bertè«Attenzione, avvertiamo i passeggeri di avere una sgualdrina a bordo, siete pregati di allacciare le cinture di castità e di non fumarla, grazie».

Nel ciel sereno del cantautorato mainstream – che in quel lontano 1977 era o d’amore o di protesta – Zerofobia arriva come un fulmine. La gavetta era stata lunga: dal quartiere della Montagnola al Piper Club di Roma, Renato Fiacchini si era fatto largo con i gomiti, caricando nel bagagliaio di un «FordTransit a sei ruote, ribattezzato Orazio» i suoi pezzi e quel poco che serviva alla loro rutilante messa in scena. C’è sempre un che di romantico nella prospettiva del genio sospinto dal vento del rock’n’roll dal sobborgo di un’infanzia difficile alla celluloide del bel mondo ma Renato, più che figlio della Provvidenza, era figlio dell’industria. Di Cinecittà, della Rai-tv, della Rca al 12° km della Tiburtina, dove i dischi li facevano i metalmeccanici sotto le presse: quella era Roma, in quegli anni lì.

E prima c’erano stati il teatro, il musical, la televisione. E pure il cinema. Con Federico, come lo chiama ancora oggi. Fellini. Tra una pubblicità del cornetto Algida e l’amicizia con le Berté aveva ricalcato il suo pseudonimo dagli insulti dei detrattori, apprestandosi a studiare tutta la mitologia di comparse nel circo che si squadernava ogni giorno per strada, da piazza Venezia all’ultima periferia, dove a sorpresa appariva lui – vestito come se fosse appena sceso dall’Apollo 11 – e, quand’era possibile, s’esibiva. «La piazza per me non è la politica. Per me è l’urgenza. È quando nun te sente nessuno e allora scendi giù in vestaglia con le ciavatte e te mettì a strillà». 

Ma a spiegare perché e per come Renato Zero portò in giro la diversità ci sono milioni di interviste, qui basta dare un’occhiata aDiscoring – trasmissione di Rete Uno – del ’77: un leopardato Renato intona Mi Vendo roteando una borsetta mentre il pubblico seduto a terra si chiede cosa diavolo sta succedendo.

Renato ZeroZerofobia aveva azzerato il cronometro: la meteora beat era sbiadita e lustrini e piume di struzzo espatriavano dalla Londra-glam di Ziggy Stardust e Alice Cooper facendo rotta su Roma, «perché dipende da cosa dai da mangiare alle generazioni. In quel momento si vede che il nutrimento che sostentava David Bowie erano le stesse carote mie».

E in Mi Vendo Zero-prostituto felice è tutt’altro che un venditore di fumo, è un imbonitore che (s)vende desideri e speranze a buon mercato, senza cartellino del prezzo e senza interessi.

Ma questa storia delle carote ha pure qualcosa di affascinante perché l’anelito alla libertà sessuale di Zero – chansonnier provocatore e ancheggiante – si strozza, a stretto giro di posta, negli accorati affondi antiabortisti, tradizionalisti e mezzo clericali. Trasgressione e moralismo si fronteggiano in una lotta senza quartiere e se, fuor di dubbio, rendono da un canto più esplosiva la miscela, dall’altro raffreddano la carica eversiva dell’artista ponendola alla portata della rete nazionale.

Insomma, Zerofobia– tutto e il contrario di tutto – è summa artistica venduta a buon prezzo, si sa. Soddisfatti o rimborsati.

Veronica Talone

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