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sabato, 21 gennaio, 2017 2:07

Sleeping out loud, ovvero “Ed Sheeran chi?” e altre riflessioni

Confesso che prima di iniziare a scrivere questo articolo Ed Sheeran non avevo idea di chi fosse. Ma su questo ci torneremo. Intanto mi sono ben documentata, ho ascoltato +, poi X, e il mio primo pensiero è stato che sono titoli molto scomodi da scrivere.

Non ho ambizioni informative in senso stretto, né critiche – dal momento che molti di voi o lo conoscono meglio di me o hanno autonoma capacità di giudizio, e poi un articolo di quel genere dovrei piuttosto leggerlo che scriverlo -; il mio obiettivo, o almeno quello che vorrei trapelasse da queste righe – a questo punto, ma è davvero ininfluente, si sarà intuito che nel mio caso la scintilla non è scoccata – è stimolare ognuno, nel momento in cui ascolti della musica, che sia per la prima o milionesima volta, a porsi delle domande. Qualcuno, tra chi di mestiere e ammiratori del personaggio, potrebbe tacciarmi di non compromissione e vuoto cicaleccio ma come direbbe l’amato Manganelli, il fatto che io non abbia niente da dire significa solo che io parlerò del niente, non già del nulla. L’idea che per dire qualcosa, occorra avere “qualcosa” da dire, è un vecchio trucco manualistico quindi spero mi si scuserà la non adeguata preparazione preliminare in cambio della promessa di un approccio il più imparziale e privo di preconcetti o aspettative. Non credo di avere delle buone argomentazioni, i miei sono piuttosto spunti, e se qualcuno vorrà dedicarsi all’ascolto e dirmi la sua, sarò doppiamente contenta.

Perciò al di là della cronistoria di un’ascesa al successo, che pure farò, potrebbe essere interessante analizzare la percezione che di un’artista e della sua musica si ha ad un primo colpo d’orecchi. Il punto è che Ed Sheeran vende, e molto, ve lo potrà dire qualsiasi classifica decidiate di consultare, ed è spontaneo domandarsi, senza alcuna sfumatura pregiudiziale o ironica, perché? Cosa spinge, in questo mondo sull’orlo di una trasformazione epocale nel dare e ricevere cultura, ad acquistare un disco?

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Rassegna bio-discografica

Il passaggio in radio, si sa, non è altro che l’ultima fase del lancio discografico e quando, come sempre accade, grazie a questo il grande pubblico scopre i nuovi talenti, questi, come sempre accade, era già da un po’ che si davano da fare.Ed Sheeran e The A Team, primo estratto dal suo album di debutto intitolato + (plus), esordirono nel giugno 2011, non in radio ma in download digitale. Stessa sorte era toccata ad alcune delle registrazioni precedenti, i cosiddetti Ep (extended play, via mediana tra un singolo e un album, solitamente contenenti quattro tracce) il primo dei quali realizzato da un Ed quattordicenne. Un Ed che, dopo la tappa londinese, obbligatoria per chi vuol far fortuna, acquistò un biglietto per Los Angeles e si fece la sua gavetta senza scorciatoie, suonando nei pub, per strada, autofinanziandosi fin quando non fu notato da Jamie Foxx che gli offrì l’utilizzo del suo studio di registrazione. Il resto, a questo punto, va da sé: pubblicità – rigorosamente online, sul canale YouTube -, estimatori celebri, altri Ep, fino al primo, fruttuosissimo disco che guadagna la vetta della classifica inglese. A questo punto si guardava al secondo con aspettative aritmetiche più alte tanto che quando arrivò, nel 2014, sempre in download digitale, risultò chiaro a tutti a che tipo di moltiplicazione si riferisse la X del titolo.

Ed aveva fatto le cose in grande, circondandosi – accanto agli storici collaboratori Johnny McDaid degli Snow Patrol e Jake Gosling, cantante, produttore e multistrumentista che ha fatto anche remix per Lady Gaga e che produrrà il terzo album dei Libertines – di una produzione da urlo – Rick Rubin (il Rubin dei Beastie Boys e di Adele, ma anche di Johnny Cash, dei Metallica e dei Red Hot Chili Peppers), e Benny Blanco (produttore di Katy Perry, Maroon 5, Rihanna) – raddoppiò anche le classifiche, guadagnando il primo posto oltre che nell’Uk Album Chart, anche nella classifica americana.

Carta canta, è evidente, ma quale tipo di pubblico soddisfa Ed Sheeran? La pagina ufficiale italiana su Facebook si presta a interessanti ricerche sociologiche, fornendo i commenti più disparati per tipologia, età, e status di provenienza; si va da quelli delicatamente bastian contrari: «Sing è forse uno dei tormentoni più pruriginosi, puzzolenti e ignoranti che mi sia mai capitato di sentire. Ciò mi basta per tenermene alla larghissima», a quelli elettrizzati: «È un pazzo ed è bravissimo!! Spero tanto gli sia arrivato anche solo un quarto dell’adrenalina che lui ha dato a noi. Emozionante, adrenalinico, divertente, dolce, romantico. L’uomo che sussurrava alle chitarre», passando per sobrie e monocromatiche vie di mezzo: «Una sola parola: perfetto». Ma vada per i teenager cresciuti con la musica plastificata ascoltata dal telefonino, chi altri? Tra i commenti dell’evidentemente riuscito concerto del 26 gennaio scorso al PalaLottomatica di Roma, un papà con mansioni di accompagnatore scrive: «Non ero un grande fan prima del concerto, devo ammetterlo, ma dopo aver visto che voce spettacolare ha e come suona la chitarra, non vedo l’ora che ritorni!».

Nota al testo

Della discografia di Ed Sheeran fanno parte, per ora, due album studio, quattordici extended play e dieci singoli. La prima cosa che ho fatto, mio vezzo, è stato un primo ascolto totalmente asettico, la classica lettura testuale priva di contaminazioni preliminari, prima ancora di sapere che faccia avesse, che musica suonasse.

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Ho ascoltato ma confesso che ho avuto serie difficoltà a distinguere tra loro le tracce o ricordarne anche soltanto un motivetto. Anche per il genere, mi pareva di passare dal lento della ballad romantica in versione teen al rap più incalzante, con qualche sfumatura del folk in stile Train (ve li ricordate?). Per capirne di più basta chiedere a Wikipedia, che etichetta molto precisamente il genere sotto le diciture “Folk rock”, “Hip Hop Soul” e “Rock acustico”. E a questo punto ho capito quale fosse il problema.

Le tante influenze e stili diversi – che di base sono cosa buona e giusta – più che sommati, e la metafora col titolo è piuttosto automatica, qui paiono mescolati in un tutto unico che più che garantire alti e bassi – che è d’altronde la prassi per ogni disco, anche per i migliori – si appiattisce in una linea continua e monotona, un po’ in stile elettrocardiogramma, se vi immaginate la sensazione. Forse tiepido è la parola giusta, in sostanza.

Dicevo dei Train, la mia memoria musicale continuava a ripescarli, almeno quelli di Drops Of Jupiter e My Private Nation e – in tempi più recenti – Save me, San Francisco – ma come termine di paragone in positivo. Pure trovo molto utili questi confronti “di scarto”, almeno quando si ascolta musica aiutano a capire cosa si vuole e cosa, invece, no.

Tuttavia in nuce delle potenzialità mi pareva ci fossero: i testi sono equilibrati, anzi dipingono in maniera tutto sommato sciolta – poi certo, tutto va rapportato al contesto – situazioni tipiche in cui persone con l’età dell’autore o giù di lì potranno facilmente riconoscersi; e le ispirazioni diverse, dall’incalzante Grade 8 al lento romantico Kiss me al rap e con tinte urban – come si usa dire – di You need me, I don’t need you fanno del disco, mi perdonerete il gioco di parole, una vera e propria summa. Preparandomi ad ascoltare X, speravo tra me e me che Ed avrebbe saputo sfruttarle. Mi ha colpita tra l’altro il fatto che dopo l’exploit, che ha venduto oltre due milioni di copie aggiudicandosi sei dischi di platino, l’artista ha aspettato quasi tre anni per la seconda uscita. Chi al mio posto avesse scritto un articolo in quei tre anni d’attesa avrebbe potuto, e a ragione, pronosticare la fugacità tipica delle cosiddette meteore, la pigrizia compositiva o incapacità a misurarsi col successo – cosa che nel mondo della musica, e nella fattispecie tra il primo e secondo disco, è quasi fisiologica – ma, vista dalla mia prospettiva post eventum, questa attesa avrebbe potuto tradursi anche in lungimiranza, cautela o ricerca di nuovi stimoli o perché no, studio e crescita musicale.

Così ho aspettato un po’, poi ho ascoltato X e già dall’intro ho tirato un respiro di sollievo. Mi sembrava soddisfacente, come si dice in gergo, più maturo, e mi autocompiacevo in parte di averci visto giusto. Certo gli ingredienti sono rimasti gli stessi, mi aspettavo un cambio di rotta, ma stavolta assemblati in una ricetta più convincente; ancora le love ballad One e Photograph, ancora racconti malinconici di giovani amori, droghe leggere e gravidanze precoci – un accenno di gossip in Don’t, in cui si parla del tradimento di un’anonima compagna popstar, fa sempre audience -, la miscela Sing promette bene – chissà che non funzioni grazie all’influenza di Pharrell Williams – e chi dovesse chiedersi cosa sia l’Hip Pop Soul ascolti Nina e gli sarà molto chiaro. Il risultato rischiava di essere un tantino sconclusionato: rap, pop, folk e rock si accavallano ma se + sembrava un unico lungo minestrone omogeneo, X quantomeno è un album di dodici brani ben distinti tra loro. Buona anche la disinvoltura trasformistica.

Appendice I

Tutto tornerebbe, sulla carta, eppure c’è qualcosa che non mi convince. È un po’ la stessa sensazione che provo quando penso a The Slepping Tree. Riporto questo caso perché mi sembra emblematico, è perché più ci penso più il mio cervello continua a fare questa associazione.

The Sleeping Tree è il progetto solista del bassista dei Mellow Mood, nato all’inizio su MySpace (!) e lì scoperto da Sven Swift, che chiese all’artista di mettere su una dozzina di tracce da pubblicare in un album in free download (!). Questa è la storia di Leaves and Roots. Bello, di una bellezza sorprendentemente solare, d’altra parte l’estetica folk imporrebbe un certo grigiore, ma sappiamo che l’artista ha nel suo albero genealogico il reggae e liquidiamo la questione. Poi arriva Painless in stile cantautorato folk che vorrebbe creare qualcosa di più intimo, con gli arpeggi, la chitarra acustica e il resto, riproponendo l’illustre tradizione americana, che va da Crosby, Still’s, Nash & Young a Elliot Smith (non sono un’amante delle cover ma quella di Going Nowhere mi piace molto). Ottima ricognizione e buon piano d’attacco, ma qualcosa stride. A volte è disarmante come le cose siano straordinariamente perfette – ultimamente ho visto Birdman e la finezza della batteria in sottofondo mi si è stampata nel cervello – senza il minimo sforzo e come a volte i migliori auspici non bastino a sostenere l’ossatura. Forse è solo una questione di aspettative. In questo caso, sarà che il sound perde troppo presto l’efficacia iniziale finendo per impantanarsi in atmosfere noiose ed eccessivamente nostalgiche, non so, ma Painless – e lo dico a malincuore, adoro Heart As A Ghostè uno di quei dischi ai quali si guarda come ad un’occasione mancata. Perché a volte, anche partendo da ottimi spunti, non si riesce a ingranare la marcia?

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È un discorso che, mi sembra, possa valere in senso lato anche per Ed Sheeran. Certo nel caso specifico di Sleeping Tree, potrebbero essere vari i motivi – e non parlo del nuovo Ep Colours appena uscito perché contagiato da suggestioni ancora più esplicite; seppure sia un gioiellino, sconsiglierei l’ascolto a chi non conosca gli altri due -: intanto che il vero nome di Sleeping Tree è Giulio Frausin, dalla italica nazionalità, e forse questo può contribuire alla sproporzione; inoltre, forzando un po’ la mano nel tentativo di un confronto tra i due (non tanto a livello di genere, anche perché quanto si può parlare ancora di genere? Da qualche parte ultimamente ho letto “Trip hop”. Trip hop?!) Giulio fa consapevolmente in Painless ciò che Ed fa, involontariamente, in +, omogeneizza le molte influenze in modo che si riesca ad intuire una complessità di ascolti senza che siano identificabili singolarmente. E forse proprio questo forte spirito sperimentale, da un lato volto negli intenti ad abbattere le barriere tra i generi, dall’altro a costruirsi delle etichette ad hoc, è un paradosso. Poi certo, parliamo di due mondi discografici totalmente diversi: Giulio Frausin lavora nell’ambito di una realtà tanto innovativa – a proposito di cambiamenti epocali del fare musica – quanto affermata nel mondo indipendente come La Tempesta International, Ed riconduce all’ambiente produttivo/discografico internazionale; nonostante il comune uso del digitale, parliamo comunque di mondi diversi.

Appendice II

L’altro giorno leggevo nel suo sito web ufficiale che Ed aveva annunciato, tramite una foto su Instagram, lo slittamento della pubblicazione del nuovo disco al 12 maggio. All’inizio c’ero cascata anche io – bella mossa, Ed – poi, a ben guardare, si tratta di cinque Ep realizzati prima della pubblicazione del suo album di debutto + (quindi nulla di inedito) ora raccolti tutti insieme, combinazione, in un digital bundle. Tutto ciò che si sa, di un eventuale nuovo disco, è che verosimilmente continuerà sul sentiero già battuto con X: «Credo che la chiave del successo di X stia nel fatto che ho sempre creduto in questi brani. Tutto quello che ho inserito all’interno del disco, ogni canzone, è arrivata dal cuore e ci ho davvero creduto. Ho scritto la musica, ho suonato gli strumenti, ci ho messo dentro tutto me stesso. Sono stato io a scegliere le canzoni e il produttore», magari dando una svolta ancora più intima alle sue sonorità sulle orme di Bruce Springsteen: «Ha fatto un album come Born To Run e avrebbe potuto proseguire in quella direzione con un disco da “stadio” ma invece ha preferito fare un album acustico. La gran parte delle sue canzoni possono essere trasformate in pezzi da grandi palchi come Atlantic City, quindi è questo quello su cui voglio concentrarmi. Fare delle grandissime canzoni».

Ora, provando a tirare le fila, per chi sia riuscito fin qui a seguire i miei pensieri sconclusionati, dicevo all’inizio che Ed Sheeran non sapevo chi fosse, perché vendesse così tanto e cosa ci spingesse a comprare dischi. Forse ora qualche elemento in più per rispondere ce l’abbiamo. Intanto la faccenda della mia scarsa preparazione può essere un modo come un altro per illustrare la percezione di un ascoltatore qualunque al primo impatto con un’artista mai praticato prima, non con l’ambizione di fare “metodologia dell’ascolto”, ma soltanto per osservare da vicino attraverso quali tappe passa la conoscenza e quali sono i fattori che spingono a valutare i pro e i contro indipendentemente da gusti e inclinazioni personali.

Seconda questione, il successo planetario. Se consideriamo, ed è un po’ il criterio che mi guida, che ogni cosa vada rapportata al suo uditorio, non è così inspiegabile. Intanto individuiamo quale sia il suo pubblico, poi cosa sia accessibile a quel determinato target d’età oggi – parlo per lo più di un target tardoadolescenziale, solitamente sono contraria a questi discorsi in quanto convinta che la musica non abbia età, ma c’è sempre un’eccezione, e questa mi sembra tale – e quali gli eventuali concorrenti sul mercato. Ciò che distingue Ed Sheeran da altri cantautori è la sua capacità di soddisfare un pubblico eterogeneo – circoscritto per età certo, ma eterogeneo – perché vari sono i suoi stili e se pensiamo ai canoni estetici e sonori dei suoi coetanei, per dirne due, Justin Bieber e One Direction, mi pare non ci sia null’altro da aggiungere. Ma Ed Sheeran piace anche perché musicalmente preparato, e questo è un altro dei suoi assi nella manica, parte perché scrive testi e musiche da sé – e se ha anche la furbizia di scegliersi i produttori migliori, onore a lui – parte perché quando li intervalla con collaborazioni e cover, le sceglie con criterio. Il 12 agosto 2012, durante la cerimonia di chiusura della XXX Edizione dei Giochi Olimpici, ha cantato Wish You Were Here dei Pink Floyd; al concerto a Roma, il primo del suo tour europeo, sono state molto apprezzate la rivisitazione di Superstitious di Stevie Wonder e di Can’t help falling in love with you alla quale ha infilato dentro anche qualche verso di Eminem.

Infine, ultimo ma non meno importante, il fatto che i suoi dischi siano realizzati per diventare dei bestseller da milioni di copie – da lì l’eclettismo e la lentezza compositiva – rende il successo ancora più amplificato e questo si ricollega alla domanda tre, che tira con sé una doverosa precisazione. “Cosa ci spinge oggi a comprare dischi” dovrebbe piuttosto diventare “si possono ancora comprare dischi”? Oppure, “si acquistano dischi, o si acquista musica”?

Il potere di internet e la nascita della musica in digitale negli ultimi anni, col passaggio dal cd al supporto “liquido”, ci hanno abituati a non concepire più la differenza, in un discorso che potrebbe essere esteso anche all’editoria e al cinema, ma il punto non è tanto la scomparsa del disco o del singolo – o del libro o dvd – in quanto oggetto culturale, il qual dispiacere è più riconducibile al collezionista che all’appassionato, quanto piuttosto di un diverso modo del concepire, dare e ricevere cultura. Molti artisti hanno capito che è possibile “bypassare” le lunghe attese e i problemi per la produzione di un album completo semplicemente mettendo in rete la musica appena sfornata. Molto banalmente, chi non ha accesso alle nuove piattaforme o ai mezzi di comunicazione digitali, si troverà escluso da una bella fetta di informazione. Viceversa, meno utenti ingrossano le file della rete, meno potenziali fan per chi sceglie quella forma di diffusione.

Ultimamente Ed Sheeran è stato protagonista di una sessione “domande e risposte” con i suoi fan su Twitter. Nel febbraio 2010, Sheeran ha inviato un video attraverso SB.TV, che gli è fruttato la richiesta del rapper Example di partecipare al suo tour. Per tutto il 2010, Ed ha cominciato a ottenere sempre più visualizzazioni su YouTube e il suo fan-base è cresciuto con lui, ottenendo credito anche dal quotidiano The Independent, nel Regno Unito. L’8 gennaio 2011 Sheeran ha pubblicato il suo ultimo Ep indipendente, No.5 Collaboration Projects col quale ha raggiunto la prima posizione su iTunes senza alcuna promozione o etichetta. E allora, cosa sarebbero i numeri impressionanti della giovane carriera di Ed Sheeran senza Spotify? Mark Mitchell della Atlantic Record Uk commenta così: «Ha raggiunto la vetta della popolarità grazie al suo suono senza tempo e alla crescita quasi esplosiva della sua fan-base. È un successo che dimostra che la musica può farsi strada in qualsiasi forma si decida di ascoltarla».

Comunque, per chiudere, ho letto questa notizia che mi ha divertita molto e ho deciso di usarla per il primo dei miei tre titoli – sì, ho voluto fare un po’ una cosa alla Zoo, o Lettere non d’amore, oppure La terza Eloisa di Šklovskij, cosa ci si inventa quando non si ha niente da scrivere -: la piattaforma di streaming Spotify ha diffuso una lista delle canzoni “più ascoltate per dormire” e il nostro Ed non solo guadagna la vetta persino di questa classifica con Thinking out loud, ma è presente nella Top 20 con ben sei brani. Confidiamo a questo punto nel nuovo, se ci sarà, disco. Chissà che non ci svegli. Difficile, qualora dovesse, se tanto mi dà tanto, intitolarsi – (minus).

Veronica Talone

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