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sabato, 21 gennaio, 2017 2:07

Sognare il successo e raggiungerlo: storia dei Coldplay

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È il 1997 quando quattro studenti dell’ University College di Londra si incontrano per caso e decidono di formare un gruppo musicale. Stiamo parlando di Chris Martin, Guy Berryman, Jonny Buckland e Will Champion; nati come band di quello che viene definito brit pop, i Coldplay sono il classico esempio di quel gruppo di ragazzi che si trovavano a suonare durante il periodo del college e che però, a differenza di molti altri, ce l’hanno fatta. Certo, perché i numeri parlano chiaro più di qualsiasi altra cosa. Grazie infatti agli oltre sessanta milioni di copie complessivamente venduti in tutto il mondo, i Coldplay sono considerati a oggi come una delle band con maggior successo della storia.

E questo successo arriva dopo ben due ep pubblicati da una casa discografica minore, la Fierce Panda Records. Nel 1998 escono infatti Safety e Brothers and Sisters. È proprio grazie al singolo Brothers & Sisters (che prende il nome dall’ep) che, durante l’Unsigned Band Festival a Manchester, la band viene notata da una delle case discografiche più importanti: la Parlophone, la stessa Parlophone che scoprì i Beatles e che ha pubblicato parte della discografia dei Queen. Ecco che esce quindi The Blue Room in cui vengono ripresi brani già presenti negli ep precedenti, come Such a Rush e Bigger Stronger, ma i tempi non sono ancora maturi per il grande successo dei Coldplay.

Caratterizzati da quell’aria da irrecuperabili bravi ragazzi, i quattro inglesi raggiungono la fama mondiale nel 2000 grazie al singolo Yellow contenuto nell’album Parachutes. I brani di questo primo lavoro sono caratterizzati da una perfetta continuità sonora che si affida quasi interamente all’uso di chitarre acustiche e pianoforte. Yellow in particolare lancia il gruppo a livello globale, anche se la canzone offre effettivamente molto poco: è formata da una sola frase e un ritornello che sembrano ripetersi all’infinito con la stessa struttura ritmica; un’intelaiatura circolare del brano che ne aiuta la memorizzazione e la familiarità, processi mentali fondamentali per gli ascoltatori nel pop di oggi. Dal punto di vista esecutivo risulta stucchevole e lezioso l’uso del falsetto come elemento predominante della vocalità di Chris Martin. Ciò nonostante la canzone trova terreno fertile nelle orecchie degli ascoltatori di tutto il mondo. Così come anche l’intero album, ma le sonorità che i fan cominciano a sentire partendo anche solo dal tour che accompagna l’album paiono differenti dalle originali stampate su disco e la sensazione è che i membri del gruppo stiano già virando da un’altra parte.

Ed è proprio questo che afferma Chris Martin, ormai frontman del gruppo, durante un’intervista del dicembre 2001, quando gli viene fatto notare che le esibizioni dal vivo sono molto più rock della produzione di Parachutes. Chris risponde «Stiamo cambiando perché le cose che ci piacciono stanno cambiando. Mi piace Parachutes, ma non dimostra tutto quello che possiamo fare. Non so se stiamo diventando più rock. Le canzoni sono diverse e hanno uno stile diverso. Di sicuro abbiamo messo più energia nelle canzoni dal vivo che mai. Ci sentiamo più a nostro agio all’idea di suonare dal vivo. È una cosa che amiamo! Ci piacciono le melodie suonate con passione. E continueremo a provare a farlo».

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Il 27 agosto del 2002 esce A Rush Of Blood To The Head. Ma prima di parlare del loro secondo album è assolutamente necessario parlare di un incontro fatidico avvenuto al Parr St Studio di Liverpool con Ian McCulloch, il quale – facendo lavorare la band a ritmi serratissimi – riuscirà a dare al nuovo lavoro e ai pezzi già registrati un tono più aggressivo e a farne scrivere e incidere di nuovi. Il gruppo aveva infatti già quasi ultimato l’album che a detta loro sarebbe dovuto essere come l’ultimo della loro carriera. Questi pensieri relativi a un certo destino fatalista dell’lp erano dovuti agli accadimenti dell’11 settembre: la band è entrata in studio a registrare appena da una settimana quando la notizia sconvolge loro come tutto il mondo. Da questo lavoro, però, arrivano successi come The Scientist, Clocks, In My Place. I dettagli sono più curati, si vede che la band ha già qualcosa, anche se poco, alle spalle e già a questo punto della carriera dei Coldplay si può chiaramente notare che il prodotto da loro offerto non ricerca un tipo di ascoltatore colto, sofisticato, ma è qualcosa che può piacere a tutti. E del resto come può non piacere? La cantabilità e la semplicità delle melodie proposte con l’arrangiamento giusto sono a dir poco disarmanti, non lasciano scampo all’ascoltatore medio.

E chiaramente riuscire a piacere al pubblico è il trampolino di lancio per la fama e il successo. Come alimentare tutto questo se non con un lunghissimo ed estenuante tour mondiale? La band subito dopo l’uscita dell’album inizia una serie di concerti che durerà ben tre anni e da cui uscirà anche un cd live. Dopo la pausa del 2004, nel 2005 i Coldplay pubblicano un nuovo album: X&Y.

La realizzazione di quest’album risulta però quasi un’impresa titanica, alla fine del lunghissimo tour i membri della band si sentono lontani e distaccati l’uno dall’altro, il successo dei due album precedenti pesa sulla testa del gruppo come una spada di Damocle. Nonostante tutto ciò, però, X&Y vende tantissimo. Dal punto di vista musicale si sente nettamente che la band ha voluto rendere il suono molto più ricercato e sofisticato, cercando di raggiungere l’obiettivo con un uso massiccio del sintetizzatore; l’esperimento, a detta di molti critici, riesce però a metà e c’è più di un esperto che liquida il disco parlando di «iperproduzione decisamente eccessiva». Da questo album è comunque uscito come singolo – ed è quindi diventato uno tra i brani più famosi dei Coldpay - Fix You, brano dedicato da Chris Martin alla moglie Gwyneth Paltrow per la morte di suo padre. La canzone inizia con la sola voce di Chris accompagnata dall’organo a cui si aggiungono successivamente chitarra e batteria in un crescendo che ha lo scopo di ipnotizzare l’ascoltatore fino a trascinarlo emotivamente nella melodia che sale e commuove.

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Il 2008 è l’attesissimo anno di Viva La Vida. Il cambiamento è netto ed evidente, probabilmente grazie alla produzione di Brian Eno che ha aiutato i Coldplay a rivestire il loro brit rock di una veste sfacciatamente pop. Questa nuova strada conferma ancora di più l’idea che i Coldplay siano una band per tutti i palati, un complesso che deve piacere e che, soprattutto, piace; un grande passo avanti nel sound è l’ampliamento dell’organico strumentale, soprattutto grazie al lavoro in fase di post-produzione di Eno nel quale vengono accostati a quelli tradizionali degli strumenti di origine asiatica o africana che però si sposano benissimo col suono dei quattro inglesi. Il prodotto offerto all’ascoltatore rimane in ogni caso sugli standard iniziali che vengono rigenerati, esaltati e rimessi in luce dal solito, eccellente, Eno (come sempre deus ex machina dei dischi a cui presta la sua opera). Lost!, Viva la Vida, Strawberry Swing, 42, Violet Hill, sono tutti brani che spaziano veramente tanto nei diversi e innumerevoli sound della musica inglese: da Bono a Lennon, dai Radiohead agli Smiths.

Nasce invece nel 2011 Mylo Xyloto, probabilmente l’album più commercialmente azzeccato del gruppo: ad un primo ascolto non esiste una canzone noiosa, Paradise viene esasperatamente passata alla radio, e se Hurts Like Heaven, prima traccia dell’album, vuole darci la parvenza che il gruppo sia tornato quello dell’inizio della loro carriera con tanto di finale rigorosamente in falsetto, subito dopo è proprio Paradise che smentisce questo apparente ritorno alle origini. Infatti c’è qualcosa di nuovo e di estremamente dance in quasi tutto il resto dei brani, addirittura Princess Of China duettato con Rihanna, è da considerare un autentico brano da discoteca. Up in Flames vede ancora una volta tornare “l’irresistibile” falsetto nella voce di Chris Martin, mentre Us Against The World è la tipica canzone dei Coldplay: sussurrata, con una melodia semplice e struggente, accompagnata da poco più che una chitarra acustica.

Nel frattempo dopo l’uscita di Viva la Vida e Mylo Xyloto, grazie agli entusiasmanti e carichissimi tour che hanno accompagnato gli album, i Coldplay si sono aggiudicati la fama di miglior band da stadio dopo gli U2 e i loro concerti diventano avvenimenti mastodontici in grado di richiamare decine di migliaia di persone. Il successo di Chris Martin, nel frattempo ampiamente sdoganato anche come esponente del jet set internazionale grazie al matrimonio con la Paltrow, e dei suoi compagni di avventura è semplicemente devastante.

Sulla falsa riga di Mylo Xyloto esce nel 2014 l’ultimo album ad oggi della band inglese: Ghost Stories composto da appena nove tracce che spaziano ancora di più nel sound da discoteca. Ma la particolarità di Ghost Stories è quella di essere un concept album su due tematiche: le idee degli avvenimenti e delle traversie passate più la capacità d’amare. In sostanza quella che ci viene proposta con la massima discrezione è la storia della crisi e della conseguente fine del matrimonio tra Chris Martin e sua moglie, una sorta di Blood On The Tracks di Bob Dylan, catapultato esattamente quarant’anni dopo, ai nostri giorni. Simbolo di questo album è l’ascoltatissima A Sky Full Of Stars, che vede la partecipazione del dj svedese Avicii renderla al cento per cento una canzone da discoteca nonché un tormentone implacabile che ha imperversato per mesi e mesi.

Insomma, a ora i Coldplay sono definibili come “la band più ascoltata del mondo”, e quello che ci offrono e ci hanno offerto finora è, nell’insieme, un qualcosa di onestamente confezionato ma al contempo forse senza troppe pretese o aspettative. Un po’ come una busta della spesa resistente ma il più delle volte mezza vuota.

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