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lunedì, 21 agosto, 2017 4:09

The Lumineers, la risposta americana ai Munford And Sons?

the-lumineersBretelle, cappelli, camicie a quadri, strumenti semplici e canzoni coinvolgenti: la già così definita “risposta americana” ai Mumford and Sons si chiama The Lumineers, band folk americana esordita un anno fa con il loro primo album The Lumineers.

Le premesse per parlare di un grande gruppo ci sono tutte: una bella gavetta (sono in giro dal 2005), due nomination al Grammy 2013, cover story su Billboard, disco di platino e ventisettesimo posto fra le cinquanta miglior canzoni del 2013 secondo Rolling Stone e un pubblico sempre più vasto al loro seguito.

Quale preludio migliore per andare ad ascoltarsi un disco?

Il menù e molto semplice: undici tracce da sapore folk pop, governate da chitarre acustiche banjo e pianoforte, un’ottima voce solista, grancassa dominante e ritmi trascinanti da ballare e cantare tutti insieme.

Flowers in Your Hair apre il lavoro, con un classico arpeggio country su un giro bluesaggiante. Interessante la terza traccia Submarines, fatta di stacchi di batteria su una linea di pianoforte; ma arrivato al singolo da 1 milione e mezzo di copie, Hey Ho, il disco non è ancora riuscito ad andare oltre le incredibili premesse.

the-lumineers-album-the-lumineersLe canzoni sono solari, belle ed orecchiabili, ed Hey Ho rappresenta a pieno l’intento del disco. Ma i Lumineers danno l’impressione di non essere niente di diverso o migliore rispetto alla moda dilagante che sta prendendo piede nel panorama musicale; di musicisti agghindati con bretelle, cappelli e camicie a quadri ne abbiamo una miriade, ma se la musica non spicca si rischia di essere “uno dei tanti”.

Le canzoni proseguono senza grandi differenze o novità nell’arrangiamento: Stubborn Love ci regala il già testato incastro di chitarra, violino e grancassa e Morning Song conclude la tracklist con un fresco riff di chitarra elettrica.

In generale The Lumineers, l’omonimo disco della band statunitense, è un album divertente e cantabile e non è niente male per essere la loro prima prova, ma tende a rimanere nel limbo dell’anonimato, se non per il singolo Hey Ho e qualche altro spunto interessante.

La voce del cantante mi ha fatto venire in mente Paolo Nutini, e mi ha ricordato che dischi fatti di chitarre acustiche e belle voci ce ne sono già, e si ascoltano tre volte di fila senza problemi.

Questo, per quanto mi riguarda, rimane un buon disco per la riproduzione casuale nel vostro I Pod.

Lorenzo Martinotti

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