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giovedì, 21 settembre, 2017 3:45

Un poeta del lato giusto della strada

Lou Reed«Per cosa vale la pena vivere? Non lo so, se lo sapessi, ve lo rivelerei». E se non l’ha fatto direttamente, come pochi altri ci ha dato degli ottimi spunti sui quali riflettere.

Vita e morte erano il suo pane quotidiano, viste, raccontate, accarezzate così tante volte in 71 anni che pare impossibile abbia dovuto arrendersi, alla fine. Per dirla con le parole di Chuck Prophet, credevamo che sarebbe stato lui a seppellirci tutti.

Lou Reed, poeta che ha per penna la chitarra elettrica, arruolato da Andy Warhol affinché tingesse di nero la rivoluzione colorata degli anni Sessanta, raccontasse di eroina e oscurità nella fase in cui il rock predicava pace e amore è morto a cinque mesi da un problematico trapianto di fegato.

Gli era capitato di vedersi dare del morto più volte, tipico di chi conduce una vita come la sua. Una vita nella quale sex, drugs and rock’n’roll era un diktat che non andava preso alla leggera, ma anche complicata, segnata già da adolescente da un’inconsueta terapia a base di elettrochoc che avrebbe dovuto, così dicevano, curare la sua bisessualità. Una vita nel nome del rock, e insieme della poesia, dell’arte, della magia e oggi anche della perdita, come il titolo del suo Magic and Loss. Di chi guarda in faccia la notte e la fa diventare luce.

Nella sua storia, la protagonista è New York. E le sue ombre, e il lato selvaggio che poteva essere quello di un marciapiede o di un’esistenza. Andare e tornare attraverso l’Hudson, senza sapere se si sta andando o tornando. Canzoni, parole, note su un’unica tela che dipinge un quadro che non smette mai di cambiare, non è New York New York, nel titolo di Reed il nome c’è una sola volta. Basta e avanza.

Lou Reed e Laurie Anderson«Sono troppo vecchio per fare le cose a metà» diceva negli ultimi anni, e di certo stava mantenendo la promessa, con l’appoggio costante di Laurie Anderson, sua compagna fino alla fine non ha smesso mai di esercitare il suo inesauribile genio; in progetti letterari, come The Raven dedicato alla letteratura di Edgar Allan Poe, musicali come Lulu, album scritto con i Metallica, ma anche nell’attività di fotografo di paesaggi newyorchesi, nella prova da regista con Red Shirley, documentario del 2010 o attoriale, recitando, nel ruolo di se stesso, nei film Così lontano così vicino di Wim Wenders, Prima che sia notte di J. Schnabel e Strade perdute di D. Lynch.

Che l’evento, come sempre in questi casi, sia una calamita mediatica lo dimostrerà l’affluenza ai funerali, milioni di persone, sguardi persi e lacrimosi, una folla di emozioni a piangere l’addio di un qualcosa che Lou in 40 anni di carriera ha seminato in ognuno di noi, e si è portato via andandosene, lasciandocene soltanto una scia, un solco vuoto, ma irrimediabilmente aperto. È straordinario il legame che ognuno possa instaurare con un artista, e come diventa struggente la sua morte. Intanto basta fare un giro sulla rete per vedere le reazioni di ammiratori, amici e colleghi, dei fedelissimi, dei fan-per-un-giorno, di coloro che ricordano soltanto il ragazzo dinoccolato e decadente della Factory, o il provocatore fantasma londinese, o l’amante deluso di Berlin, o l’intellettuale degli ultimi anni. O tutte le cose insieme.

La perdita vince stavolta. Ma la magia, com’è sua natura, rimane. «Ho sempre creduto di avere qualcosa di importante da dire. E l’ho detto» amava ripetere.

Quello sguardo indecifrabile, con le sue palpebre cadenti, mille e una storie scritte nei solchi della pelle…ovunque sia ora, starà sicuramente programmando una rivoluzione. Gli daranno forse del pazzo, lui farà spallucce: «E allora? Sono qui per divertirmi».

Veronica Talone

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