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venerdì, 28 luglio, 2017 6:38

Un ragazzo che come me

C'era Un Ragazzo«Le idee spesso vengono spontaneamente. Per esempio quando nel 1967 lessi che i ragazzi americani strappavano le cartoline precetto rifiutandosi di partire per il Vietnam scrissi di getto C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. Non volevo e non potevo ragionarci sopra per il semplice fatto che in una guerra la ragione non esiste. Ho scritto spietatamente una realtà illogica, che non ha senso, raccontando il susseguirsi drammatico di fatti assurdi che tolgono il respiro, la vita».

Le parole di Franco Migliacci dicono più di un pezzo beat un po’ invecchiato, di un classico antimilitarista contro l’azione degli Stati Uniti nel Nord Vietnam.

Odorano del clima che si respirava negli anni’60, non solo in Occidente. Ci sono una guerra – per definizione inaccettabile – e una pace – forte nella sua bandiera colorata – ;ci sono le contestazioni partite dagli Usa e arrivate in Italia mediate dalla Francia, c’è lo storcere il naso dei benpensanti, c’è la svolta nella carriera di Morandi sotto la scure della censura che non può supportare la critica alla politica estera di un paese amico e costringe a sostituire Vietnam con taratatà.

Ma soprattutto c’era un ragazzo, anzi c’è, e ci sarà. Con i suoi sogni, le sue utopie di pace, amore e libertà infilate, insieme a Help e Ticket to Ride, nel fodero di quella chitarra che dovrà abbandonare per imbracciare un altro strumento, che pure dà sempre la stessa voce rattatata, il mitra. Un ragazzo qualunque, ed è questa la cosa significativa: neanche particolarmente bello, un ragazzo come me, come voi. Riceverà una lettera, la chiamata alle armi, e dovrà tagliare i suoi lunghi capelli, fare i conti con i sogni e le utopie altrui nella giungla del Sud Est asiatico fino alla domanda che sa di morte, sradicamento, crudeltà: in nome di cosa? Di una supposta difesa dell’occidente dallo spettro del comunismo?

Gianni MorandiO altro, di volta in volta: il messaggio della carneficina che esige giovani vite nei loro anni migliori non conosce limiti cronologici.

Pur nel suo apparente semplicismo, il brano dà una voce forte alla protesta, anche se Morandi non si poteva certo definire un cantante impegnato. Dinoccolato, voce pulita e orecchie lasciate libere, si era guadagnato la simpatia delle nonne alle balere con Fatti mandare dalla mamma e In ginocchio da te ma le pressioni delle riviste giovanili Ciao Big e Giovani premevano per un cambio di rotta. Così Gianni, usando un titolo ugualmente lungo ma dal contenuto meno pastorizzato, tra le perplessità dei discografici, si butta sul versante politico con quel Viva la libertà.

E’ il 1966, mentre Mina canta la fedeltà della donna al suo uomo che sa di fumo blu, Gianni abbandona le rime e la Fisarmonica rispondendo a quel Ta-ra ta-tacol tatatatatatta. E, come fa notare Umberto Broccoli, ancora una volta la ripetizione di una sillaba ha valenza politica: Ta-rata-ta è conservazione, tatatatatata è progressismo.

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