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venerdì, 28 luglio, 2017 6:33

“Una canzone che mi è stata rubata da una ragazza”: Otis e Aretha

Otis e Aretha17 giugno 1967. Con queste parole al Monterey Festival, Otis Redding presentava una torrida Respect, infiammando una folla di 200.000 persone. In quegli anni l’intera società statunitense invocava rispetto ma lui non farà in tempo a comprendere appieno il significato dello sconvolgimento sociale provocato dalla sua canzone, morirà meno di sei mesi dopo.

Ma facciamo un passo indietro: Otis incise il pezzo ben due anni prima mentre concludeva la preparazione del suo capolavoro Otis Blue. Era poco più che un ragazzino, ma già vantava diversi LP, una serie spiazzante di singoli capaci di mettere a soqquadro il mondo black e soprattutto un produttore, Jerry Wexler, buon naso e vista lunga, che capì che ciò che avevano per le mani poteva andare oltre la cerchia del pubblico R&B. Ovviamente sapeva anche chi avrebbe fatto al caso loro.

Una ragazza era da poco passata alla loro casa discografica, una certa Aretha Franklin. Un portento, 24 anni ma ne aveva passate tante: due figli, un divorzio, sei anni di carriera sempre sul punto di decollare ma la quale(paradossalmente, visti i risultati successivi) mancava di personalità, quello stile inconfondibile ed esplosivo che l’avrebbe poi contraddistinta.

Fu poche settimane prima del festival di Monterey: Aretha entrò in studio con le sue coriste pronta a sostenere gli accordi certi di consegnarla alla storia. Capì che tutto quello per il quale aveva lottato era lì, racchiuso in quella sinuosa liturgia, che quell’armonia vergata da Otis Redding in guisa di vellutato blues poteva diventare il primo manifesto femminista della storia. Tanto più che pareva scritta per lei, quella canzone.

Aretha cantò come se stesse leggendo la dichiarazione dei diritti dell’uomo dinanzi ad una platea di antenati chini a raccogliere cotone e costretti a cedere il posto sugli autobus. Cantò rubando definitivamente quei pochi minuti a Big O. Tanto lui è in grado di scriverne altre, pensò, sorridendo. Questa è mia. Forse lo è davvero, perché Aretha non si limita ad una banale cover, reinventa di sana piana tutto ciò che le capita a tiro, modifica l’arrangiamento, colora ogni singola nota con la sua voce.

Il resto lo fece il sax tenore di King Curtis, restituendoci un groove malizioso e caracollante.

Copertina RespectE se nel testo originale quello chiesto da Otis Redding è un rispetto piuttosto rovente, a doppio senso, “Fammi pure del male Baby/purché poi tu mi dia “quello di cui ho bisogno”; Aretha inverte i ruoli, prende la Respect di Otis e le mette i puntini sulle i; non ha incertezze, è una donna determinata e consapevole, esige ciò che le è dovuto. Rispetto è tutto quello che chiedo in cambio, dolcezza. Solo un po’.

Quel po’ che improvvisamente si allarga comprendendo tutti i settori di una società in movimento, dai diritti dei lavoratori, alle residue forme di apartheid, alle rivolte studentesche. L’America lo stava invocando, e lo faceva tramite la sua voce.

Fu un successo strepitoso (due settimane al n.1 della classifica di Billboard contro il n.5 di Otis), e Aretha fu ammessa nella R’n’RHall of Fame. Ebbe perfino una copertina sul Time: la prima donna e, per di più, nera.

È la potenza del Soul. Racchiusa in quattro lettere, la più intensa definizione che possa essere accostata ad uno stile musicale. E Respect ne è, forse più di tutte, l’emblema.

Veronica Talone

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